O litigare bene o non litigare

La bustina di Minerva, Umberto Eco, L'Espresso 15 maggio 2003

Come litigare bene. Amici francesi di case editrici, giornali, università mi dicono di aver ricevuto, subito nei giorni caldi della frattura tra Chirac e Bush, messaggi di amicizia dai colleghi americani, scandalizzati perché nel loro paese i francesi venivano di nuovo definiti mangiatori di rane e accusati di aver smarrito ogni senso di riconoscenza nei confronti dei loro liberatori di cinquant'anni fa. Ovviamente tutti quei messaggi intendevano dire: le divergenze politiche contingenti possono essere quel che sono, ma il nostro affetto per la cultura francese rimane immutato.

Però in molti luoghi di ristoro le "French fries" (le patate fritte francesi ormai diventate più americane che francesi) sono state rinominate "freedom fries", e in ogni caso su molti menu è stato vistosamente cancellato l'aggettivo "French". Si potrebbe dire che la stupidità è un bene equamente distribuito in ogni paese, e sorriderci su, però mi dicono che molti editori (dico i capi, che badano al soldo, non i redattori che badano ai valori culturali) hanno ridotto drasticamente le traduzioni da autori francesi e europei in genere, e in un grande quotidiano la direzione ha convocato il redattore del supplemento libri chiedendogli perché recensiva in prima pagina un libro europeo: se proprio si doveva parlarne bene, meglio metterlo in una pagina interna.

Ora ciascuno ha il sacrosanto diritto di tagliarsi i testicoli per far dispetto alla consorte, ma non si considera la faccenda della Statua della Libertà. Essa è stata donata agli americani dai francesi, la struttura è stata concepita da Eiffel, quello della torre, e lo scultore Bartholdi ha scelto come modello per il viso quello della propria madre. Quindi il simbolo dell'America ha, oltre che una origine, una faccia francese. Cosa si fa? La cosa più opportuna sarebbe mettere una carica di tritolo sotto la statua e farla saltare in aria, magari sostituendola con l'immagine di Condoleezza Rice che leva in alto, in luogo della vecchia torcia, un missile a illuminare il mondo.

Perché l'amministrazione, o i fautori del nuovo antieuropeismo di laggiù, non ci hanno pensato? Per ragioni che ho già illustrato nelle scorse bustine: carenza culturale. L'America di chi ha votato Bush non è quella delle grandi città di cultura, è quella della provincia conservatrice che non è andata al di là di una high school abbastanza dissestata, e non sa neppure dove sia l'Europa. Per costoro la Statua della Libertà potrebbe essere cresciuta sulla Liberty Island per prodigio di natura, o prodotta dalla Coca Cola. E quindi, per fortuna, la fiaccola e il viso di mamma Bartholdi rimangono a illuminare il mondo e gli americani ancora amici di Lafayette.

Come non litigare. Insomma, il 25 aprile è la festa del ritorno della democrazia in Italia (tra l'altro, grazie al contributo di sangue americano), è la festa di tutto il paese, ma rimane sempre una buona porzione di italiani a cui non va giù. Salvo poche frange di arrabbiati, nessuno di loro vorrebbe restaurare la camera dei fasci e delle corporazioni né vestire i ragazzini da Balilla, ma insomma ogni anno scoppiano recriminazioni, tentativi di sabotaggio morale, e in fin dei conti la festa è stata ufficialmente disertata dal presidente del Consiglio, che ha preferito andare al mare. Quindi c'è poco da discutere, una divisione esiste. E ancora ancora se chi non ci sta si limitasse a restarsene a casa, come un laico non va in chiesa il giorno dell'Immacolata Concezione e i miliardari evitano di andare a sfilare il primo maggio. Ma no, cercano di guastare la festa.

Allora, per non litigare, a coloro che il 25 aprile gli viene l'eruzione cutanea perché non gli diamo la loro festa? Il problema è: che giorno scegliere? A molti verrebbe in mente il 28 ottobre, marcia su Roma, ma è scorretto celebrare la data in cui si è consumato un colpo di Stato contro la democrazia. In fin dei conti, quel giorno delle bande armate hanno marciato sulla capitale, pronte a scontrarsi col Regio Esercito, il quale non ha sparato perché il solito re fellone (già fellone allora e non solo quando ha poi firmato le leggi razziali e consumato la vergogna dell'8 settembre) aveva ordinato di lasciare passare i golpisti. Quindi non si può celebrare il giorno in cui si è consumato un golpe con l'appoggio di un monarca reo di alto tradimento. A quale altra data pensare? lo proporrei il 21 aprile, Natale di Roma. Era una festa ideata dai fascisti ma in ricordo di Romolo e Remolo (per usare la dizione proposta dal presidente Berlusconi) e quindi accettabile da qualsiasi italiano. Storace a nome della regione porta una corona sul Lapis Niger, il presidente del Consiglio si sofferma con la mano sul cuore allo sbocco della Cloaca Massima, ed è fatta. Poi il 25 Berlusconi se ne va al mare come suo diritto, e lascia celebrare la ricorrenza al presidente della Repubblica. Una festa per il governo e una festa per lo Stato. Divisione dei poteri, e dei piaceri.

Ahi ahi. Dimenticavo Bossi. Ma per lui e i suoi si potrebbero organizzare, sia il 21 i che il 25, due belle regate sul Po, tutti in canottiera.

 
 
 
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