Cento di questi Orwell

George Orwell Un secolo fa nasceva il geniale scrittore britannico che si batté contro franchismo e totalitarismo sovietico. Ma che ancora oggi difficilmente viene ricordato per la sua intelligenza eretica.
Di Ilaria Maria Sala, tratto da Il Diario della Settimana, 20-26 giugno 2003.

Ecco passato un secolo dalla nascita di George Orwell, venuto al mondo il 25 giugno del 1903, in India, figlio di un funzionario dell'Impero Britannico impiegato nella supervisione delle piantagioni di oppio per l'esportazione verso la Cina e di una donna forte e indipendente, Ida Limouzin, che porterà il figlio in Inghilterra per sfuggire a un'epidemia di peste - e ai ridotti orizzonti della vita coloniale.

La data, come è ovvio, in sé non conta molto, e può al massimo suscitare un pigro «guarda un po', già un secolo!» sfogliando il giornale, ma si sa come sono gli anniversari: offrono l'occasione ideale per parlare di persone e avvenimenti dei quali si parlerebbe volentieri sempre.

Curiosamente, invece, questo centenario sta trascorrendo più sottotono di quanto non si sarebbe potuto pensare: un paio di nuove biografie uscite in Inghilterra, qualche riedizione Penguin dei romanzi principali (anche perché la carta dei Penguin è talmente acida che le pagine delle edizioni precedenti, vecchie di appena qualche anno, sono già diventate gialle e fragili), un ottimo e passionale saggio di Christopher Hitchens, e per il resto, appena qualche articolo di stampa. Come se molti si stessero ancora chiedendo come ricordare Orwell: una figura straordinaria, sia come scrittore che come persona, e che invece, malgrado tutto, si è ritrovata a essere analizzata all'interno di un groviglio malsano, dove l'unica domanda ricorrente è se Orwell sia «di destra o di sinistra». Questo a causa, in modo principale, della Fattoria degli animali, un testo che molti hanno accusato di revisionismo, in un'epoca - durata tantissimo! - nella quale denunciare il totalitarismo sovietico veniva trattato come un atto di slealtà e di ovvie tendenze di destra, con la stessa dabbenaggine con cui si sarebbe, oggi, «o con noi o con i terroristi».

Nel caso di George Orwell si tratta davvero di un nonsenso, uno dei tanti che hanno accompagnato la vita e la critica postuma dell'autore di 1984. Ecco infatti uno scrittore che ha spinto i suoi principi fino alle loro più reali conseguenze, e che ha preso le armi per andare a combattere in Spagna contro l'avanzata del fascismo - per ritrovarsi poi schedato dal Kgb e sorvegliato, per decenni, dai servizi segreti russi.

In Omaggio alla Catalogna, il libro uscito dall'esperienza spagnola, c'è tutto: l'euforia iniziale, la decisione di non lasciare spazio a un entusiasmo astratto e rischiare invece la pelle in prima persona, per poi ritrovarsi ad affrontare la delusione delle manipolazioni, fino allo stravolgimento del valore delle parole e dei fatti, piegati ai fini della propaganda tanto da un lato come dall'altro, per servire strategie di potere personali. Né la guerra civile spagnola è stata l'unica occasione in cui Orwell ha deciso che, prima di scrivere di temi che lo accompagnavano con insistenza, dovesse avere il coraggio di vivere in pieno le situazioni sulle quali si interrogava, lasciando da parte sia le tendenze elitiste che i punti di osservazione distanti e confortevoli.

Ecco dunque che dopo aver trascorso anni a osservare dalla finestra dell'internato dove viveva nella stagione del liceo, un centro di accoglienza temporanea per senzatetto, decide che l'unico modo per capire meglio e rendersi conto di come vivono quelle innumerevoli persone scivolate al di fuori dei margini della società, è quello di togliersi gli abiti «per bene» e dividere la quotidianità dei bassi fondi, per narrarla nel testo del 1933, Miseria a Parigi e Londra.

Il modo in cui una serie di avvenimenti, contrattempi, sfortune, intoppi e debolezze, possono incatenarsi in modo irreparabile e portare «alla strada» sembra aver esercitato un fascino duraturo e angosciante sullo scrittore, che non ha mai dubitato davvero della fondamentale precarietà dell'esistenza e della prontezza con cui la società borghese, quella middle-class in costante lotta per il mantenimento di uno status rispettabile, lascia cadere al di fuori i suoi membri meno fortunati, o meno scaltri. Così Dorothy, la protagonista di La figlia del reverendo (il secondo romanzo dopo quel capolavoro della letteratura coloniale che è Giorni birmani), inciampa suo malgrado e si ritrova in mezzo agli straccioni, che Orwell conosceva sufficientemente bene da poter riportare in modo indimenticabile i loro dialoghi sconnessi, frammentati al punto da evocare un'atmosfera solo parzialmente ancorata alla realtà. Come se la spossatezza fisica del vivere nella massima incertezza materiale portasse a perdere la forza di pensare e parlare con chiara successione logica. La strada, e il suo potere di aspirare chi ha coltivato ambizioni andate a mal fine è la possibilità atroce che accompagna anche Gordon Comstock, lo scrittore squattrinato e autolesionista di Fiorirà l'aspidistra, seppure in questo caso lo è con quel certo autocompiacimento irritante che è parte decisiva della comicità involontaria di Gordon e di quella, interamente volontaria, del libro.

La visione decisamente politica della vita che ha avuto Orwell, e che si riflette in modo così profondo nelle sue opere, è tale che questa comicità viene spesso tralasciata e dimenticata, vittima, insieme al sorprendente ritmo e pathos narrativo che non viene mai a mancare nei testi orwelliani, dell'approccio «serio» che viene dato ai suoi libri maggiori: poi invece rileggendo i romanzi il racconto incalza talmente che ci si ritrova quasi sorpresi nel vedere la fretta con cui si volta pagina, impazienti di seguire lo sviluppo della trama. L'ammirazione per l'integrità di Orwell, per la rettitudine del suo pensiero e per l'importanza che ha conferito alla necessità di vivere in modo responsabile, o se non altro con coscienza della propria irresponsabilità, sono divenute, col passare del tempo, più delle trappole prive di significato che il riflesso di un reale apprezzamento del suo lavoro: Christopher Hitchens, nel suo recente saggio Why Orwell Matters scrive di «sentire, a volte, il bisogno di estrarre Orwell da sotto una pila di saccarina e di fazzoletti umidi, un oggetto di venerazione malaticcia e di lodi eccessive e sentimentali, utilizzate per rimbambire gli scolari con insoffribile giustezza e purezza», un atteggiamento che, conclude Hitchens, è dettato più che altro da una «coscienza poco tranquilla». Come se l'uomo divenuto talmente un classico da essere oggi un aggettivo fosse troppo ammirevole e retto dal punto di vista morale per poter essere anche giudicato a buon diritto del tutto divertente, e capace di tenerci col fiato sospeso mentre seguiamo le avventure dei suoi personaggi.

Ed ecco dunque l'occasione del centenario, forse un po' artificiale ma fa lo stesso, per dare voglia di riprendere in mano tutto, ma proprio tutto, quello che Orwell ha scritto, e rileggerlo con maggiore neutralità, la mente meno ingessata nel rispetto dello «scrittore santo» e più aperta a una voce profetica, certo, rigorosa, va da sé, ma anche chiaramente educata alla scuola della migliore narrativa inglese di avventura, compresa quella per l'infanzia (Beatrix Potter, per esempio, indicata dallo stesso Orwell come una delle ispirazioni per la Fattoria degli animali) e quella fantascientifica alla H. G. Wells.

Se rileggere 1984 presenta sempre delle sorprese, se non altro perché rivela fino a che punto le idee che contiene abbiano influenzato innumerevoli altri autori, artisti e registi (e anche, ahinoi, qualche capo di Stato...) riscoprire, o leggere per la prima volta, alcuni dei testi e romanzi meno noti suscita riflessioni ed emozioni che, ci si rende conto a posteriori, sono del tutto indispensabili. Dopo aver ripreso in mano Giorni birmani, viene da dire che nessuno dovrebbe aprire bocca sulle conseguenze del colonialismo senza averlo almeno sfogliato, dato che pochi resoconti riescono a rendere con maggior chiarezza la piatta e tormentata vanità della vita coloniale, che Conrad ci fa intravedere con raffinate pennellate per poi addentrarsi in labirinti più drammatici e universali, ma su cui Orwell invece accende fari impietosi. E mentre l'insopportabile e familiarissimo Gordon Comstock (tutti noi abbiamo avuto almeno un amico adolescente proprio così... e in tutta probabilità siamo stati proprio così anche noi stessi, almeno per qualche mese!) fa ridere e sbuffare, il romanzo procede in modo sempre più umano e struggente, al punto che, alla fine del libro, penso che quasi tutti decidano di comprarsi un'aspidistra da sistemare in un ombroso pianerottolo. Per chi invece volesse capire come siano nati sia La Fattoria degli animali che lo stesso 1984, e quanto lontano si spingessero, nella testa di Orwell, le lucide radici dell'avversione a tutti i totalitarismi, si deve riprendere in mano Una boccata d'aria, scritto nel 1939, cioè quasi dieci anni prima delle avventure agghiaccianti e così terribilmente possibili di Winston Smith a Oceania.

Per George Bowling, il protagonista, il momento epifanico è causato dall'avere in bocca due belle file di denti finti, grazie alle quali dapprima si sente rinvigorito e ringiovanito, per poi, poco per volta lasciarsi andare a una nostalgia cocente delle possibilità ancora aperte dell'infanzia (e queste sono le pagine in cui Orwell ricrea con maggior successo le atmosfere e le crudeltà del mondo infantile) e ad avviarsi verso una fuga verso il borgo natale resa non meno brillante dal chiaro insuccesso che l'attende. Bowling scappa dalla middle class, e anche dall'indifferenza con cui questa sembra ignara del «mondo verso il quale stiamo precipitando: questo tipo di mondo-odio e di mondo-slogan. Le camice colorate, il filo spinato, i manganelli di gomma», per recarsi verso Lower Binfield e sfuggire così a tutte quelle persone che, sente, lo stanno rincorrendo. La moglie ossessionata dal denaro (il neo perenne di Orwell: un'incapacità pressoché totale nei confronti delle donne, in letteratura, prima di tutto, ma anche nella vita) e i bambini moccolosi, e poi, in una fila interminabile di persecutori «Tutti i salvatori di anime e i ficcanaso, la gente che non hai mai visto ma che decide ugualmente del tuo destino, il Segretario di Stato, Scotland Yard, la Lega anti-alcool, la Banca d'Inghilterra, Lord Beaverbrook, Hitler e Stalin su un tandem, i vescovi, Mussolini e il Papa - tutti alle mie calcagna».


Come difendersi dallo sguardo del Grande Fratello
Ci salverà la letteratura - Di Danilo Di Termini E. O'Brien nel film di Anderson

Al numero 22 di Portobello road a Londra, sulla destra poco prima che la confusione del fumoso mercato prenda il sopravvento, c'è una piccola targa ovale di colore blu che, segnalando una delle case in cui abitò George Orwell, lo definisce romanziere e saggista politico. Definizione larga, ma non abbastanza per contenere Eric Arthur Blair, il vero nome cambiato nel 1933 quando viveva in quella squallida stanza a Notthing Hill (oggi zona trendy, vedi l'omonimo film con Julia Roberts e Hugh Grant), che quando si trovò a spiegare in Why I write cosa lo spingesse a scrivere affermò di aver voluto trasformare «la scrittura politica in un'arte».

E per capire meglio, anche per vincere la reticenza e la contraddittorietà con cui parlò di sé (in uno dei suoi più bei scritti dichiara di aver assistito a un'impiccagione in Birmania per poi affermare a tre persone diverse che «era solo una storia»), la vita di Orwell bisogna immergersi nell'opera che tra romanzi, saggi, articoli, ma anche diari e appunti, minuziosi elenchi, è stata riunita nel 1998 in Inghilterra in venti volumi.

Studente a Eton, decide di seguire le orme del padre arruolandosi nell'Imperiale Polizia Indiana, esperienza alla quale pone fine dopo sei anni (con scandalo della famiglia). Se della permanenza in Birmania rimane traccia in due brevi scritti (Un'impiccagione, 1931 e Uccisione di un elefante, 1936) e un romanzo (Giorni birmani, 1934), il grande disagio (quasi un senso di colpa) provato nel trovarsi dalla parte dell'oppressore lo convincerà a dar voce agli emarginati, a tutti coloro che lottano per un mondo diverso.

Nasce così Miseria a Parigi e Londra (1933), il primo libro scritto in prima persona, frutto di un vagabondaggio nelle due città fra i bassifondi dell'East end di Londra e le cucine di un grande albergo di Parigi dove lavorò come lavapiatti. Dopo un paio di titoli (La figlia del reverendo e Fiorirà l'aspidistra di cui rimpiangerà solo di non essere riuscito a distruggere tutte le copie) e l'inchiesta fra gli operai dei docks di Liverpool e i minatori dello Yorkshire per La strada di Wigan Pier, parte per la Spagna, il giorno di Natale del 1936, per unirsi ai lavoratori spagnoli insorti contro le armate fasciste.

Difficile immaginare quella figura alta e sottile in giacca di tweed, pantaloni di velluto e camicia scura, baffetti accennati e una sigaretta rollata a mano trasformarsi in combattente del Poum (Partito operaio di unificazione marxista): ma in quel momento e in quell'atmosfera gli sembrò inevitabile. Dopo sei mesi in quel teatro dell'assurdo, schivate le mitragliatrici staliniste, ferito da un cecchino negli scontri di Barcellona e in fuga verso la Francia insieme alla moglie Eileen, comincia a scrivere Omaggio alla Catalogna (al quale Ken Loach deve molto per Terra e libertà), dove racconta anche la folle lotta fratricida fra le forze della sinistra, combattuta con falsità pubblicate dai giornali di parte.

In pratica cerca di smascherare le versioni ufficiali che accreditavano trockijsti e anarchici come spie di Franco, denunciando quel socialismo «che non sa più di rivoluzione, di cacciata di tiranni, sa di stortura, di adorazione della macchina e dello stupido culto della Russia«. Libro straordinario che il mondo comunista ostracizzò, anche per il timore di infastidire un alleato, l'Unione sovietica, fondamentale nell'imminente battaglia al nazifascismo.

Tornato a Londra allo scoppio della Seconda guerra mondiale tentò di arruolarsi, ma le precarie condizioni di salute lo costringono alle retrovie dove, lavorando come autore di programmi radiofonici per la Bbc, iniziò a pensare al suo libro di maggior successo, che gli darà anche la definitiva tranquillità economica: la Fattoria degli animali, allegoria tragica di un mondo dove ci sono «animali più uguali di altri», terminato nel 1944 e pubblicato diciotto mesi dopo per timore di offendere l'opinione pubblica filosovietica.

Dopo esser stato testimone delle palesi contraffazioni della Guerra civile spagnola questo nuovo episodio di intolleranza e di censura preventiva lo induce a concentrare l'attenzione sul problema del linguaggio: in un saggio pubblicato nel 1946, Political and english language, afferma che «il linguaggio politico è concepito per far apparire la menzogna verità e l'assassinio rispettabile»; da queste premesse e dal tentativo di «indicare le implicazioni della divisione del mondo in zone di influenza» prenderà forma 1984, mondo in guerra perpetua fra i tre super Stati in cui è diviso (Oceania, Estasia ed Eurasia), in cui il significato e il senso del linguaggio sono scomparsi: la contraddizione in termini è diventata legge universale, la guerra è pace recita uno degli slogan del partito unico, ossimoro risolto dal double thinking (bispensiero nella traduzione italiana) che permette la contemporanea convivenza logica di due opposti (viene alla mente la legittima difesa preventiva della recente guerra in Iraq).

Il libro è un enorme e immediato successo; Orwell legge le prime reazioni entusiastiche a Jura, nell'isolata farmhouse in pietra, chiusa sul retro da un muretto a secco e dal rumore del mare: fu lì che immaginò il terribile mondo dominato dal Grande Fratello, se di immaginazione si può parlare considerando che 1984, come afferma Umberto Eco, «da un lato parlava di ciò che era già avvenuto, dall'altro, più che parlare di ciò che avrebbe potuto accadere, parlava di ciò che stava accadendo».

Anche perché a quasi vent'anni dallo scoccare dalla fatidica data le somiglianze sono impressionanti: una società in cui i cittadini sono impotenti di fronte a un sistema di potere dominato dai grandi complessi finanziari, industriali, militari, burocratici in cui il soggetto individuale esiste solo all'interno della massa non è evidentemente solo la trama di un romanzo anti-utopico. Inoltre, nell'appendice, quella in cui si definiscono i principi della Neolingua che dovrebbe sostituire il vecchio idioma, lo stesso Ministero della Verità è costretto rimandare al 2050 l'adozione totale per le difficoltà incontrate nella traduzione di Shakespeare e dei classici della letteratura.

E così il discorso torna al linguaggio: dal diario che Winston Smith, il protagonista di 1984, è costretto a scrivere in una rientranza del muro per sfuggire allo sguardo del Big Brother, alla testimonianza continua di una vita trascorsa a scrivere in favore della verità, Orwell sembra dirci che l'unica opposizione possibile al potere passa per la letteratura che, nel pieno superamento della tradizione utopico-progressista, non vuole né prevedere né proporre un futuro, ma concretizzarsi nel presente attraverso un impegno politico e quindi necessariamente linguistico, in grado di fermare il romanzo una pagina prima che la voce metallica di un membro della Psicopolizia dica a Winston e all'amata Julia «Voi siete morti».

L'appuntamento è per il 2050; nella speranza che tra i polverosi e giganteschi archivi del Ministero della Verità non tutto sia già stato tradotto.

 
 
 
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