La Repubblica, 9 ottobre 1999

Benvenuto in Spagna, generale

di Luis Sepulveda

Mezzogiorno  dell'8 ottobre: tutte le persone decenti erano in trepidante attesa dell'ultima sentenza della giustizia britannica, in attesa di sapere una volta per tutte se Pinochet sarebbe finalmente stato estradato in Spagna dove deve rispondere di crimini terribili contro tutta l'umanità. Aspettavo anch'io, ma in un luogo libero da ogni tensione, perché in compagnia dei miei amici, i Modena City Ramblers, stavo registrando un videoclip nella mia città, Gijon. Detesto parlare di me, ma in questa occasione non posso farne a meno. 

Ho compiuto cinquant' anni da qualche giorno, e con i miei cinque figli e centoventi amici arrivati da tutto il mondo abbiamo celebrato in grande il mio compleanno; sono enormemente felice, mi mancava solo quest'ultimo regalo: sapere che il più grande criminale della storia del Cile sarà consegnato alla giustizia spagnola.

Tra quelli che festeggiano il mio compleanno c'è mio figlio Carlos, solista del gruppo rock Psycore, che quando aveva cinque anni vide le iene di Pinochet sequestrare sua madre, e sottoporla a lunghi mesi di torture. Mio figlio non dimentica né perdona, come me. Le sue lacrime di gioia non possono cancellare il dolore sofferto, ma sono la conferma dell'idea che la decenza può esistere, e che può esistere la giustizia, che arriva tardi, ma arriva.

Si stringe a me anche Aleida, la figlia di colui che fu il migliore tra i miei compagni, un magnifico poeta di nome Sergio Leiva, assassinato dalle iene di Pinochet nel 1974. Le sue lacrime di gioia di fronte alla decisione della corte britannica non le restituiranno suo padre, né cancelleranno gli incubi di chi lo vide cadere crivellato di colpi, ma sono una conferma degli antichi valori e della fiducia in ciò che talvolta pare irraggiungibile e che si chiama giustizia.

Che bel regalo di compleanno! Grazie mille alla giustizia britannica! La recente sentenza che mette il più grosso dei satrapi a disposizione della giustizia spagnola, da una parte sembra il prezioso precedente che farà tremare più di un tiranno, e dall'altra mette fine alle vigliacche argomentazioni di coloro che hanno chiesto, che chiedono, e continueranno a chiedere che Pinochet venga restituito al Cile.

Mette fine alle canagliesche argomentazioni della difesa del tiranno, secondo le quali "la morte causata da uno shock elettrico durante un interrogatorio non può essere considerata tortura".
Tutti noi che siamo passati sulla "graticola" sentiamo che questa sentenza è una vendetta delle nostre sofferenze. Mette fine agli incomprensibili cavilli di Felipe Gonzalez, un Luigi XIV in versione andalusa, abiurati dai suoi stessi compagni del Psoe, e che non hanno fatto altro che ringalluzzire gli ultimi esponenti del franchismo nella giustizia spagnola, gli avvocati Cardenal e Fungariño.

Mette fine alla deposizione isterica della Tatcher all'ultimo congresso dei conservatori britannici. Chiamare Pinochet "alleato", "amico della Gran Bretagna", offende la memoria di tutti gli inglesi caduti nella lotta contro il fascismo.

Mette fine ai tentativi di certi intellettuali europei ossessionati dal revisionismo storico di minimizzare il dolore patito per giungere all'ipocrita soluzione delle "colpe collettive". E, soprattutto, mette fine alla posizione codarda del governo cileno e dei suoi vergognosi ministri degli esteri.

Ora che Pinochet è obbligato a rendere conto di fronte alla giustizia, si può finalmente dire che, adesso sì, che inizia la transizione democratica in Cile.

La coalizione di governo, socialisti e democristiani, è stata incapace di comprendere il desiderio dei cileni di superare il passato, per arrivare a una vera riconciliazione basata sulla giustizia. Il cinismo come principio politico e l'amnesia come ragione di stato li ha portati a ripetere lo stesso discorso della destra cilena, la più fascista del continente americano: sostituiscono la parola "dittatura" con l'espressione "governo autoritario", accettano di convivere sotto una costituzione spuria - fatta dal e per il tiranno -, ostacolano qualunque riforma che tenda al recupero della normalità democratica per il semplice timore della volontà popolare.

Se il governo cileno si è stracciato le vesti per ottenere che Pinochet venga restituito al suo paese, lo ha fatto nell'espressione coerente di ciò che è: una lobby amministrativa di un modello economico atrocemente ingiusto ed emarginante, imposto dalla dittatura, e del quale Pinochet era il maggiore garante. Vedere Pinochet seduto al banco degli imputati a rispondere alle domande dei giudici spagnoli sarà un motivo di allegria per tutti quelli che come me ancora credono nella giustizia e non accettano la cultura dell'impunità.

Ho compiuto mezzo secolo di vita e gli anni a venire mi si presentano pieni di ottimismo e di promesse. Vivo in Spagna, scrivo in Spagna, amo la Spagna. È per questo che mi sento di dire al tiranno: benvenuto in Spagna, generale!

(traduzione di Elena Dallorso)

 
        esprimi il tuo parere