Mezzogiorno dell'8 ottobre: tutte
le persone decenti erano in trepidante attesa dell'ultima sentenza della
giustizia britannica, in attesa di sapere una volta per tutte se Pinochet
sarebbe finalmente stato estradato in Spagna dove deve rispondere di crimini
terribili contro tutta l'umanità. Aspettavo anch'io, ma in un luogo
libero da ogni tensione, perché in compagnia dei miei amici, i Modena
City Ramblers, stavo registrando un videoclip nella mia città, Gijon.
Detesto parlare di me, ma in questa occasione non posso farne a meno.
Ho compiuto cinquant' anni da qualche giorno,
e con i miei cinque figli e centoventi amici arrivati da tutto il mondo
abbiamo celebrato in grande il mio compleanno; sono enormemente felice,
mi mancava solo quest'ultimo regalo: sapere che il più grande criminale
della storia del Cile sarà consegnato alla giustizia spagnola.
Tra quelli che festeggiano il mio compleanno
c'è mio figlio Carlos, solista del gruppo rock Psycore, che quando
aveva cinque anni vide le iene di Pinochet sequestrare sua madre, e sottoporla
a lunghi mesi di torture. Mio figlio non dimentica né perdona, come
me. Le sue lacrime di gioia non possono cancellare il dolore sofferto,
ma sono la conferma dell'idea che la decenza può esistere, e che
può esistere la giustizia, che arriva tardi, ma arriva.
Si stringe a me anche Aleida, la figlia
di colui che fu il migliore tra i miei compagni, un magnifico poeta di
nome Sergio Leiva, assassinato dalle iene di Pinochet nel 1974. Le sue
lacrime di gioia di fronte alla decisione della corte britannica non le
restituiranno suo padre, né cancelleranno gli incubi di chi lo vide
cadere crivellato di colpi, ma sono una conferma degli antichi valori e
della fiducia in ciò che talvolta pare irraggiungibile e che si
chiama giustizia.
Che bel regalo di compleanno! Grazie mille
alla giustizia britannica! La recente sentenza che mette il più
grosso dei satrapi a disposizione della giustizia spagnola, da una parte
sembra il prezioso precedente che farà tremare più di un
tiranno, e dall'altra mette fine alle vigliacche argomentazioni di coloro
che hanno chiesto, che chiedono, e continueranno a chiedere che Pinochet
venga restituito al Cile.
Mette fine alle canagliesche argomentazioni
della difesa del tiranno, secondo le quali "la morte causata da uno shock
elettrico durante un interrogatorio non può essere considerata tortura".
Tutti noi che siamo passati sulla "graticola"
sentiamo che questa sentenza è una vendetta delle nostre sofferenze.
Mette fine agli incomprensibili cavilli di Felipe Gonzalez, un Luigi XIV
in versione andalusa, abiurati dai suoi stessi compagni del Psoe, e che
non hanno fatto altro che ringalluzzire gli ultimi esponenti del franchismo
nella giustizia spagnola, gli avvocati Cardenal e Fungariño.
Mette fine alla deposizione isterica della
Tatcher all'ultimo congresso dei conservatori britannici. Chiamare Pinochet
"alleato", "amico della Gran Bretagna", offende la memoria di tutti gli
inglesi caduti nella lotta contro il fascismo.
Mette fine ai tentativi di certi intellettuali
europei ossessionati dal revisionismo storico di minimizzare il dolore
patito per giungere all'ipocrita soluzione delle "colpe collettive". E,
soprattutto, mette fine alla posizione codarda del governo cileno e dei
suoi vergognosi ministri degli esteri.
Ora che Pinochet è obbligato a rendere
conto di fronte alla giustizia, si può finalmente dire che, adesso
sì, che inizia la transizione democratica in Cile.
La coalizione di governo, socialisti e
democristiani, è stata incapace di comprendere il desiderio dei
cileni di superare il passato, per arrivare a una vera riconciliazione
basata sulla giustizia. Il cinismo come principio politico e l'amnesia
come ragione di stato li ha portati a ripetere lo stesso discorso della
destra cilena, la più fascista del continente americano: sostituiscono
la parola "dittatura" con l'espressione "governo autoritario", accettano
di convivere sotto una costituzione spuria - fatta dal e per il tiranno
-, ostacolano qualunque riforma che tenda al recupero della normalità
democratica per il semplice timore della volontà popolare.
Se il governo cileno si è stracciato
le vesti per ottenere che Pinochet venga restituito al suo paese, lo ha
fatto nell'espressione coerente di ciò che è: una lobby amministrativa
di un modello economico atrocemente ingiusto ed emarginante, imposto dalla
dittatura, e del quale Pinochet era il maggiore garante. Vedere Pinochet
seduto al banco degli imputati a rispondere alle domande dei giudici spagnoli
sarà un motivo di allegria per tutti quelli che come me ancora credono
nella giustizia e non accettano la cultura dell'impunità.
Ho compiuto mezzo secolo di vita e gli
anni a venire mi si presentano pieni di ottimismo e di promesse. Vivo in
Spagna, scrivo in Spagna, amo la Spagna. È per questo che mi sento
di dire al tiranno: benvenuto in Spagna, generale!
(traduzione di Elena Dallorso)