Ti sgozzo in nome del dio Turismo

Nel tempio della dea Kali si sacrificano animali. Alla presenza di migliaia di visitatori. Per alimentare l'industria dell'horror. Di Gianfranco Corino, L'Espresso 19 ottobre 2000.

Il Nepal rappresenta oggi una delle mete più ambite dai turisti. Ma non sono solamente le vette inviolate, i sentieri da trekking e la ricerca spirituale ad attirare in questo piccolo paese, schiacciato tra la Cina e l'India, visitatori da tutto il mondo. I grandi tour operator, negli ultimi anni, hanno infatti inserito nei loro pacchetti anche la visita ad una località fino a poco tempo fa praticamente sconosciuta al di fuori dei confini nepalesi, che in pochi anni è diventata invece una delle tappe maggiormente frequentate, soprattutto da parte degli italiani.

Si tratta del tempio di Dakshinkali, un tetro luogo di culto dedicato alla moglie del potente Dio Shiva, la sanguinaria dea Kalì dalle sei braccia. Il tempio, che si trova a sud di Katmandu, a un'ora di auto dalla capitale, in una stretta e spettrale valle alla fenditura tra due colline, offrirebbe di per sé pochissimi motivi d'interesse, sia dal punto di vista artistico che architettonico. Ma cos'è allora che richiama in questa zona sperduta un gigantesco flusso turistico, che ha pochi eguali in altre località nepalesi, tanto da rendere necessario il costante ampliamento del retrostante parcheggio per gli autobus? Agli occhi degli occidentali il tempio è semplicemente un macello.

In questo luogo, due volte la settimana, il martedì e il sabato, gli induisti nepalesi si recano per offrire i propri animali in sacrificio alla Dea Kalì, per placare la sua sete di sangue ed ottenere favori e benefici contro le forze del male. Nei giorni comandati si assiste così ad una macabra sfilata di bufali, capre, polli, anatre, pecore e maiali, destinati ad essere sgozzati e decapitati di fronte alla Dea e alle orde vocianti di turisti. Le vittime dei sacrifici sono rigorosamente animali di sesso maschile, comunque non castrati.

Ecco come, sotto gli occhi dei turisti, si susseguono i vari passaggi del rituale. L'anticamera della morte per l'animale da sacrificare, in questo caso un capretto, è piuttosto lunga. Il proprietario staziona per molti minuti di fronte alla statua insieme al sacerdote, avanzando le proprie richieste alla temuta e sanguinaria moglie del Dio Shiva e trattenendo contemporaneamente l'animale all'estremità di una sorta di corto collarino. Terminato questo rituale può prendere il via il sacrificio vero e proprio, atto conclusivo che testimonia la devozione del fedele alla dea. Il sacerdote solleva il capretto, che comincia a scalciare e a belare nervosamente, quindi si sposta verso le nere statuette laterali che raffigurano anch'esse la dea Kalì, a pochi metri dai visitatori, in modo da offrire a questi ultimi la scena dello sgozzamento in "primo piano".

La sequenza del sacrificio si compie in pochi, concitati minuti. Dopo alcuni istanti di meditazione il sacerdote comincia ad affondare la lama del lungo coltello nel capretto aprendo un profondo squarcio nella gola. La testa, parzialmente staccata dal corpo, viene quindi afferrata per le corna e sollevata. Dalla ferita fuoriesce un violento fiotto di sangue, che il celebrante indirizza, muovendo a destra e a sinistra l'animale che continua a dibattersi disperatamente, per "innaffiare" letteralmente le statue. Quindi, sempre con il coltello, l'officiante completa il sacrificio, recidendo completamente la testa del capretto. Tra il pubblico si alzano intanto gridolini di sgomento e commenti a gran voce. Il copione prevede, di tanto in tanto, anche malori e svenimenti.

Il corpo dell'animale, mosso ancora da alcuni fremiti, viene quindi adagiato dolcemente a terra, accanto alla testa appena recisa. Il sangue sgorga invece in un apposito canale: una sorta di fiume di sangue che si incanala successivamente nel vicino torrente, infestato, non a caso, dalle onnipresenti sanguisughe. Le carcasse degli animali uccisi vengono quindi riportate a casa dai proprietari, o più spesso consumate dall'intera famiglia sulle colline circostanti, durante un allegro pic-nic.

La dea, intanto, troneggia indifferente in un marasma di fedeli, turisti e vittime sacrificali, che belano e raspano ancora ignare del loro ruolo nella cerimonia. Ma il clima, almeno agli occhi degli occidentali, non appare certamente festoso, perché l'odore del sangue e della morte permea letteralmente ogni angolo del macabro tempio. Ciononostante, quasi tutti i tour operators e i grandi alberghi di Katmandu organizzano escursioni al tempio nei giorni dei sacrifici: un cruento rituale che costituisce ormai un lucroso affare per le agenzie di viaggio del paese. Grazie allo sviluppo di questa inusuale forma di turismo, intorno al tempio sono sorte negli ultimi anni numerose case da tè e si affollano i venditori ambulanti di souvenir e cianfrusaglie. E troppo spesso i visitatori dimenticano che non si tratta di un gioco sanguinario organizzato a loro beneficio ma di una cerimonia religiosa dalle origini antichissime.

 
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