Quando la vacanza è
anche altruismo - Costruire ospedali, aprire scuole, aiutare popoli del
terzo mondo: sempre più persone scelgono viaggi impegnati. Senza
rimpianti
Roma - Partono giovedì prossimo
per Pec e Mitrovica, "il peggior Kosovo di tutto il Kosovo", lo definiscono
i Beati costruttori di pace. Sono dieci persone, scelte e consapevoli,
più volte sottoposte a "training obbligatori di preparazione". Conoscitori
di serbo e albanese, proveranno a far parlare i serbi - asserragliati e
minacciati nelle loro case - con i kosovari che stanno rientrando dai campi
profughi di confine: «Oggi dobbiamo difendere i vecchi slavi», spiega don
Albino Bizzotto, capospedizione dell'associazione di Padova: «Rischiano
la ritorsione albanese». Un viaggio alla radice dell'odio, a spese dei
Beati, che è già tutto esaurito. Ma i ragazzi di don Albino
vogliono «costruire un esercito civile di pace» e per farlo chiedono nuovi
militari, fanti sensibili pronti a studiare e a partire. Per una vacanza
che sarà una missione.
Oltre a Pec, nei Balcani c'è il
villaggio albanese di Villipoya, 35 chilometri da Scutari: lì si
aiutano i portatori di handicap, già alloggiati in case-famiglia
del Centro laici italiani per le missioni, si cucina e si spazza per terra.
Le Acli Ipsia di Milano e Padova chiedono invece 250 mila lire a chi vorrà
- e c'è la fila - raggiungere con loro da fine luglio a fine agosto
il campo profughi di Dubrava, 40 chilometri da Mostar, Bosnia, per dare
vita con 350 croati e bosniaci alle Olimpiadi ecologiche. I Balcani dilaniati
sono una delle mete possibili di questo neoturismo solidale, una di cinquecento.
E i Beati costruttori, il Celim, le Acli del Nord-Est sono solo tre delle
86 organizzazioni cattoliche e laiche (tutte non governative) che hanno
creato in Italia un circuito virtuoso di vacanze di aiuto.
Il fenomeno - recente e crescente, censito
da "Vacanze contromano", guida edita dal mensile di strada "Terre di mezzo"
- ha un nome impegnativo: turismo responsabile. Ma propone anche mete esotiche,
viaggi leggeri. Come quello che porterà Paola Larghi, 32 anni, da
Busto Arsizio a Silves, abbacinante Amazzonia brasiliana, isola lacustre
del popolo dei riberinhos. Volo di linea Milano-Manaus, l'umida città
di Mister No, l'eroe dei fumetti. Poi pullman per Itapiranga: sei ore di
sterrato e fermata urlata dal conducente. Ancora dieci minuti in barca
e approdo al paradiso responsabile. Racconta Paola, attivista dell'associazione
Aspac: «Nel '93 abbiamo costruito in Amazzonia bungalow di mattoni e legno
e lì vogliamo portare viaggiatori che sognano di fare una gita notturna
lungo il Rio Urubù rispettando questi posti e aiutando questi popoli».
Quel che si può fare a Silves con 80 mila lire il giorno (vitto,
alloggio ed escursioni) più 100 mila lire di cassa comune (i costi
di avvicinamento sono a carico dell'escursionista) è da film di
Herzog: visite al tramonto dei coccodrilli acquattati nella foresta sommersa,
incontri con le comunità che fanno - e ti spiegano come si fa -
il cacao, notti sull' amaca mentre i riberinhos vegliano fucili in braccio
per tener lontana l'onsa, la pantera dell'Amazzonia. E pranzi a base di
Pirarucù, pesce gigante la cui lingua dura come un osso serve a
costruire le grattugie. Aiutati dai viaggiatori responsabili, «i riberinhos
hanno iniziato a difendersi dai predatori di Manaus che, con i loro pescherecci
e le reti a strascico, distruggevano questo ecosistema fragile».
Il turismo responsabile «ti cambia la
vita», assicura Cristina Dumas, titolare della Calimero viaggi, agenzia
tradizionale che si è assicurata una citazione in "Vacanze contromano".
Umberto Di Maria, che con Massimo Acanfora ha curato l'agenda degli spostamenti
sensibili, prova a quantificare: «Nel '97 dalla Lombardia sono partite
30 mila persone per i campi di solidarietà». E solo Legambiente
- che suggerisce viaggi a Chiriboga, in Ecuador, per osservare le biodiversità
- la scorsa stagione ha mosso 2200 persone l'anno. Pindorama, dal '96 tour
operator responsabile (con certificato), sposta 600 persone l'anno. Uno
di questi è Enos Rota, 49 anni, impiegato del Comune di Correggio,
Reggio Emilia, autore di un libro-memoria sullo scrittore Pier Vittorio
Tondelli: «Tre volte l'anno devo partire, per non morire di routine. A
Nova Iguacu, quartiere di Rio de Janeiro, tre milioni di abitanti distribuiti
tra palafitte e favelas, ho visto undicenni sniffare colla, trasportare
coca. E ragazzini uccisi ogni sera dagli squadroni della morte. Su 23 giorni
di viaggio, sei li ho vissuti con padre Renato Chiera, uno che manda avanti
scuole e officine per i meniños de rua, i figli della strada, rimasti
vivi. Da allora, viaggi organizzati in Marocco mai più».
In Perù il Centro sviluppo del
Terzo mondo di Mirano, Venezia, il 21 agosto farà conoscere a dieci
adulti i bimbi che hanno adottato in Italia versando 360 mila lire l'anno.
Arrivati a Trujillo, i padri a distanza potranno fare gite oltre i 4 mila
sulla Cordillera Blanca e cenare nelle mense popolares. Ma dovranno anche
controllare i campi di asparagi avviati con i finanziamenti dell'Unione
europea: stanno sottraendo spazio alla monocultura della canna da zucchero
e denaro alle industrie legate al narcotraffico. Informa la guida, poi,
che nel Bangladesh di Youth action for peace «si fa la doccia a secchiate».
Mentre Pindorama ha annullato il viaggio nel centro medievale di Badolato,
Calabria, dove sono stati ospitati i primi curdi sbarcati in Italia. Cucina
speziata preparata dai profughi: nessuno dei 600 viaggiatori abituali,
questa volta, disponibile.