Una vittima del reverendo Moon racconta
L'Espresso 29 aprile 1999 pagina 98
Poi mi svuotò il cervello - Si comincia col "love bombing". Seguono le pressioni psicologiche. E insorgono violenti sensi di colpa... Uno psicologo spiega come fu irretito dal santone. E come se ne liberò.
di Steven Hassan.
Secondo l'ultimo rapporto del Viminale sono 83 mila gli italiani che aderiscono alle sette religiose: 137 movimenti profetici, messianici, esoterici, satanici... Dice il documento del ministero degli Interni che «nella fase di proselitismo e in quella di indottrinamento vengono usati sistemi scientifici studiati per aggirare le difese psicologiche delle persone irretite, inducendoli ad atteggiamenti acritici e all'obbedienza cieca». Come è possibile? Il brano che "L'Espresso" pubblica descrive nel dettaglio proprio queste tecniche. A scriverlo è Steven Hassan, uno psicologo americano di famiglia ebraica che a 19 anni viene agganciato all'università dalla setta del reverendo Moon, il santone coreano che ha creato una vasta rete internazionale alla quale aderiscono decine di migliaia di persone (anche in Italia). Per 27 mesi Hassan lavora nella setta, sempre più condizionato: recluta e indottrina nuovi adepti, raccoglie fondi, fa propaganda politica. Poi i suoi genitori lo convincono a parlare con alcune persone che riescono a salvarlo. Hassan si specializza in tecniche di decondizionamento. Sulla sua esperienza ha scritto un libro ("Mentalmente liberi. Come uscire da una setta", Avverbi editore, 26.000 lire). In queste pagine racconta il bombardamento psicologico messo in atto dalla setta per cooptarlo.
Un giorno,
mentre leggevo un libro nella sala dell'associazione studentesca, alcuni
coetanei mi si avvicinarono. Avevano dei libri sottobraccio e quando mi
chiesero se potevano sedersi al mio tavolo acconsentii. Mi dissero che
anche loro erano studenti e che avevano messo su una piccola comunità
di giovani provenienti da tutto il mondo. Mi invitarono ad andarli a trovare.
Il semestre era appena iniziato.Quella sera stessa, terminate le lezioni,
mi recai a casa loro, dove trovai un gruppo di trenta ragazzi provenienti
da una mezza dozzina di paesi. Quando chiesi se fossero un gruppo religioso,
mi risposero di no, ridendo. Mi dissero che facevano parte di una certa
"Crociata per l'unità del mondo", una associazione il cui scopo
era il superamento delle barriere culturali tra i diversi
popoli. Partecipai con piacere alla conversazione. L'atmosfera vivace della
riunione mi piacque. I ragazzi si comportavano tra loro come fratelli e
sorelle e sembravano davvero far parte di un'unica famiglia.
Il
giorno seguente mi imbattei in uno di loro. Mi chiese se mi era piaciuta
la serata. E alla mia risposta affermativa, propose: «Oggi pomeriggio
Adri, che è olandese, terrà una breve conferenza su interessanti
temi esistenziali. Perché non vieni?». Alcune ore più
tardi mi recai ad ascoltare l'intervento di Adri. Era vago, peccava di
eccessivo semplicismo, ma ascoltarlo era piacevole e condividevo quasi
tutto quello che diceva. Ma nel suo discorso non trovavo nulla che potesse
spiegare il motivo della felicità dipinta sul volto di quei ragazzi.
Pensavo che ci fosse qualcosa di sbagliato in me o qualcosa di eccezionale
in loro. La mia curiosità era al massimo.
Finii
col ritrovarmi con loro anche il giorno dopo. Questa volta l'oratore tenne
un discorso sull'origine dei problemi umani. Il suo intervento aveva un
taglio religioso: parlava di Adamo ed Eva e di come si erano perduti per
aver fatto cattivo uso dell'amore. In quel momento non mi rendevo conto
che tutte le mie domande ri}anevano comunque senza risposta e non sospettai
minimamente che mi si teneva deliberatamente sulla corda. La mia confusione
cresceva e perciò annunciai che quella per me sarebbe stata l'ultima
serata con loro. Non appena ebbi pronunciato queste parole, nella sala
scese un silenzio di tomba.
Uscii
ed ero appena salito in auto quando venni raggiunto da una dozzina di ragazzi
che, nonostante il freddo, si precipitarono fuori con le sole calze ai
piedi: mi circondarono e mi dissero che non mi avrebbero lasciato andar
via se non «dietro la promessa» che sarei tornato la sera successiva.
Pensai che erano matti. Stavano fuori al gelo senza scarpe e senza giacca,
tenendomi praticamente in ostaggio solo perché mi trovavano simpatico.
Fui costretto ad arrendermi: mi sarei sentito in colpa se uno di loro si
fosse ammalato.
Il
giovedì successivo, al mio ritorno, fui letteralmente sommerso dalle
attenzioni di tutti. Più tardi avrei imparato che questa tecnica
si chiama «love bombing», bombardamento affettivo. Mi fecero
moltissimi complimenti: trovavano che ero simpatico, buono, intelligente
e dinamico. Insistettero perché trascorressi con loro «un
fine settimana di ritiro in un bellissimo posto di campagna». Li
informai del fatto che durante i fine settimana lavoravo come cameriere:
non avrei potuto partecipare alla gita. Prima di andare via fui costretto
a promettere che, se fossi riuscito a liberarmi, avrei accettato l'invito.
Il giorno seguente telefonai al mio datore di lavoro, all'Holiday Inn.
Mi disse: «Steve, non ci crederai, ma il banchetto per il matrimonio
è stato cancellato proprio oggi pomeriggio. Hai il fine settimana
libero!». Partii quel venerdì stesso.
Obbligato
a compilare un test
Mentre
attraversavamo l'imponente cancello in ferro battuto di una tenuta miliardaria
di Torrytown, nello Stato di New York, qualcuno alle mie spalle disse:
«Questo fine settimana terremo un seminario insieme alla Chiesa dell'Unificazione».
La testa mi si riempì di domande, che in quel momento evitai di
esternare. Seminario? Chiesa? Perché non me ne avevano parlato prima?
Come potevo tornarmene a casa? Una volta scesi dal furgone, fummo condotti
in una piccola casa di legno nascosta tra alberi secolari. Provai un senso
di paura. Dissi che volevo tornarmene a casa. Un ragazzo biondo, con un
sorriso stampato sul viso, mi diede una pacca sulle spalle: «Ti divertirai!
Comunque, stasera non c'è nessuno che possa darti un passaggio e
riportarti in città». Entrammo in una stanza, dove fummo divisi
in piccoli gruppi. I capi ci diedero fogli di carta e pennarelli e ci chiesero
di disegnare una casa, un albero, una montagna, un fiume, il sole e un
serpente. Nessuno chiese perché: tutti fecero quanto era stato loro
chiesto. Appresi in seguito che si trattava di un test di personalità.
Ginnastica
e canti di indottrinamento
A turno
ci presentammo gli uni agli altri, seduti a gambe incrociate sul pavimento.
Finite le presentazioni, cominciammo a intonare canzoni folk. In quell'atmosfera
da asilo infantile, mi sentivo a disagio ma nessun altro sembrava farci
caso. Quella notte dormimmo in letti a castello, dentro un garage trasformato
in dormitorio. Donne e uomini dormivano in camerate separate. Al mattino
fui avvicinato da un giovane dall'aspetto ascetico che avevo conosciuto
nella casa di Queens. Si sedette accanto a me e mi disse che anche lui
era rimasto perplesso da alcune stranezze viste e sentite al suo primo
seminario e mi consigliò di non chiudermi a riccio e di dar loro
la possibilità di presentare ciò che chiamavano il Principio
Divino: «Non giudicarli finché non avrai un quadro completo
della situazione». Se avessi lasciato il gruppo ora, mi disse, lo
avrei rimpianto per tutta la vita.
Il
suo tono intrigante e carico di mistero, suscitò in me un'enorme
curiosità. Al mattino, prima di colazione fummo condotti a far ginnastica
ritmica e ci furono altri canti. Poi fece la sua comparsa un uomo dall'aspetto
carismatico: voce suadente e occhi blu freddi come il ghiaccio. Si presentò
come il direttore del seminario e ci illustrò le regole che avremmo
dovuto seguire quel fine settimana. Dovevamo rimanere nel gruppo assegnatoci;
ci era vietato passeggiare nella proprietà da soli; avremmo potuto
fare domande solo al termine di ciascuna lezione, e solo dopo esserci nuovamente
ricongiunti al nostro gruppo. Ci presentò poi l'oratore che quella
mattina avrebbe tenuto il suo intervento, Wayne Miller.
Trentenne,
in completo blu, il signor Miller aveva l'aspetto rassicurante del medico
di famiglia. Ascoltandolo, il mio disagio andò crescendo. Il seminario
aveva veramente qualcosa di strano. Quasi tutte le persone che erano là
mi piacevano: erano tutti studenti brillanti e di buon cuore. Ciò
che non mi andava a genio era l'ambiente costrittivo, l'infantile atmosfera
religiosa e il fatto che non mi fosse stato detto in anticipo che cosa
sarebbe avvenuto in quel fine settimana. Ogni volta che sollevavo obiezioni
venivo invitato a rimandarle: «È una buona domanda, ma aspetta:
troverai la risposta giusta nella prossima lezione». Non dovevo giudicare
prima di avere sentito tutto: dovevo sorbirmi una gran quantità
di lezioni sull'umanità, la storia, lo scopo della creazione, il
mondo spirituale opposto a quello materiale e via dicendo.
L'intero
fine settimana era stato minuziosamente programmato. Non c'era possibilità
di rimanere da soli. I nuovi arrivati erano in maggioranza: non venivano
mai lasciati soli e non potevano parlare tra loro se non in presenza di
un "responsabile". Al termine del primo giorno, il mio senso della realtà
era rimasto più o meno intatto. Prima di andare a letto ci fu chiesto
di scrivere le nostre "riflessioni", e io lo feci. Il secondo giorno, la
domenica, iniziò come il primo. Eravamo lì da 36 ore. Mi
pareva di essere lì da una settimana e cominciavo a chiedermi: «C'è
qualcosa che non va in me? Perché sono l'unico a pormi degli interrogativi?».
Iniziai a prendere appunti.
Domenica
sera ero pronto a tornarmene a casa. Ma diverse persone mi scongiurarono
di non farlo. L'indomani sarebbe stata la giornata più importante.
Spiegai che il giorno dopo avevo lezione all'università: per me
era impossibile rimanere un altro giorno. Il direttore del seminario mi
prese in disparte e mi disse che si sarebbero tutti trattenuti fino al
giorno dopo. «Nessuno ti aveva detto che questo seminario sarebbe
durato tre giorni?», mi chiese. Gli risposi di no: «Non sarei
mai venuto se avessi saputo di dover perdere un giorno di lezione».
«Beh, visto che sei giunto quasi alla fine, non vuoi conoscere le
conclusioni?», mi chiese. L'indomani, mi promise, sarebbe stato tutto
più chiaro. Una parte di me era incuriosita e voleva andare fino
in fondo. Inoltre dipendevo dagli altri per la macchina. Non volevo arrecare
fastidio ad amici o familiari chiedendo loro di farsi chilometri e chilometri
per venirmi a prendere con urgenza, né volevo fare l'autostop in
una località che non conoscevo, di notte e in pieno inverno.
Il
terzo giorno ci venne fatto raggiungere un livello emozionale mai toccato
prima. La lezione che Miller impartì quel giorno si intitolava "La
Storia della restaurazione". Miller sosteneva si trattasse di una accurata
ricostruzione del Disegno Divino che avrebbe riportato gli uomini al Suo
intento originario. «È scientificamente provato che esistono
corsi e ricorsi storici», asseriva Miller. Dopo ore e ore di lezione
sembrava che questi cicli storici convergessero tutti intorno ad un'unica,
incredibile conclusione: tra il 1917 e il 1930 Dio aveva mandato sulla
Terra il suo secondo Messia. Chi era questo Messia? In quel seminario nessuno
lo disse. Quando giunse l'ora del ritorno in città ero esausto e
sempre più confuso. Mi sentivo inebriato al solo pensiero che ci
fosse una remota possibilità che Dio avesse guidato tutta la mia
vita per prepararmi a questo momento storico; in altri momenti mi pensavo
che fosse tutto uno scherzo di pessimo gusto. Ricordavo i momenti finali
del discorso di Miller. «E se... fosse vero? Tradireste il figlio
di Dio?». Miller aveva posto la domanda alla platea con voce appassionata,
rivolgendo lentamente lo sguardo al cielo.
Ultimo
atto, Satana e il comunismo
Quando,
a notte fonda, il pullman tornò alla sede dell'organizzazione ero
esausto; il mio unico desiderio era di tornare a casa , ma non mi fu permesso.
Jaap Van Rossum, il direttore, insistette perché rimanessi a parlare
un po' con lui. Volevo andarmene ma lui si faceva più insistente.
Mi fece sedere davanti al caminetto e mi lesse la biografia di un umile
coreano, Sun Myung Moon, di cui non avevo mai sentito parlare. Si diceva
che Moon aveva dovuto superare mille difficoltà e sofferenze per
diffondere la verità di Dio e combattere Satana e il comunismo.
Quando finì, Jaap mi invitò a pregare per quanto avevo appena
ascoltato e mi disse che ora ero responsabile della grande verità
che mi era stata insegnata e che, se le avessi girato le spalle, non me
lo sarei mai potuto perdonare. Cercò di convincermi a passare la
notte lì. Per liberarmi mi misi a urlare: «Lasciami stare!»;
poi fuggii nella notte, a gambe levate. Ma, provai un senso di colpa per
essere stato tanto sgarbato con quelle persone che erano state così
sincere. Guidai verso casa con le lacrime agli occhi.
La
tecnica dell'inganno celeste
Vedendomi
i miei genitori pensarono che fossi stato drogato e mi dissero che avevo
un aspetto orribile: i miei occhi erano velati e sembravo molto confuso.
Cercai di spiegare loro quanto era appena successo, ma ero esausto e incoerente,
e quando dissi che il seminario aveva a che fare con la Chiesa dell'Unificazione,
mio padre e mia madre si preoccuparono, pensando che volessi diventare
cristiano.
Domande
incessanti mi martellavano. Che Dio mi avesse preparato per tutta la vita
alla missione di realizzare il Regno dei Cieli in Terra? Che Sun Myung
Moon fosse veramente il Messia? In quello stato di confusione mentale non
mi sfiorò neppure l'idea di essere stato sottoposto a tecniche di
controllo mentale e non realizzai che, se solo una settimana prima non
credevo affatto in Satana, ora avevo addirittura paura che stesse influenzando
i miei pensieri. I miei genitori mi dissero di stare alla larga dal gruppo.
Non volevano che abbandonassi la religione ebraica. Nemmeno io: volevo
solo fare la cosa giusta. Se Moon è il Messia, pensavo, nel seguirlo
rispetterò la mia eredità ebraica. E mi ritenevo in grado,
a 19 anni, di prendere da solo le mie decisioni.
Quando
mi rifeci vivo con il Centro, fui trascinato a un altro seminario di tre
giorni. Chiesi a un affiliato perché mi fosse stata tenuta nascosta
la natura religiosa del movimento; mi rispose: «Se te ne avessero
parlato, saresti venuto?». Ammisi che non lo avrei fatto. Mi spiegò
che da quando Satana aveva indotto con l'inganno Adamo ed Eva a disubbidire
a Dio, il mondo era caduto sotto il suo controllo. Ma era giunto il momento
che fossero i figli di Dio a indurre con l'inganno i figli di Satana a
seguire la volontà divina.
Divenne
evidente, in seguito, che questo "inganno celeste" veniva ampiamente utilizzato
in tutti i vari stadi dell'organizzazione: reclutamento, raccolta fondi
e pubbliche relazioni. Dal momento che i membri del gruppo erano così
determinati a raggiungere il loro scopo, se necessario anche a prezzo dell'inganno,
non vi era più spazio per i principi della «vecchia morale».
In sostegno di questa tesi il movimento adduce la Bibbia, sostenendo che
Dio più volte nella storia aveva perdonato il tradimento, quando
questo era stato finalizzato al compimento del Suo Piano Divino.
Sebbene
nei contenuti il seminario fosse quasi identico a quello cui avevo partecipato
la settimana precedente, sentii che era quello il momento in cui avrei
dovuto liberarmi dalle mie riserve mentali. «Lo scorso weekend ero
troppo cinico», pensai. Questa volta Miller tenne una lezione sul
comunismo, descrivendolo come la versione di Satana del Piano Divino, in
cui si rinnegava l'esistenza stessa di Dio. La nuova religione sulla Terra,
quindi, era quella di Satana e bisognava combatterla. Disse che l'ultima
guerra mondiale sarebbe stata quella tra il comunismo e la democrazia e
che sarebbe stata combattuta di lì a tre anni. Ci avvertì
che se i membri del movimento non si fossero impegnati con tutte le loro
energie, ci sarebbero state incredibili sofferenze per il mondo.
Alla
fine dei tre giorni lo Steve Hassan che aveva partecipato al primo seminario
non esisteva più. Ero esaltato all'idea di essere stato prescelto
da Dio e di essermi finalmente incamminato sulla retta via. Provavo sentimenti
discordanti: ero onorato del posto da leader che mi era stato assegnato,
spaventato dalla responsabilità che mi ricadeva sulle spalle, emozionato
al pensiero che Dio stesse lavorando per ricostituire il Paradiso Terrestre.
Niente più guerra, povertà, inquinamento: solo amore, verità,
bellezza e bontà. Una flebile voce dentro di me diceva di stare
in guardia e di mettere in dubbio ogni cosa. Ma, tornato a casa, decisi
di trasferirmi per qualche mese nella sede dei moonisti, per farmi un'idea
del loro stile di vita e studiare il Principio Divino, prima di prendere
un impegno a vita. Nelle prime settimane, feci la conoscenza di un capo
molto potente, Takeru Kamiyama, un giapponese responsabile della Chiesa
dell'Unificazione per la città di New York. Fui affascinato dalla
sua spiritualità e dalla sua umiltà, e desiderai imparare
da lui tutto ciò che potevo.
In lotta tra mio padre e Kamiyama
Guardando
la cosa col senno di poi, mi accorgo che Kamiyama aveva esercitato su di
me un tale fascino perché era diverso dalle persone che avevo conosciuto
nell'infanzia. Era un idealista, aveva status sociale e potere. Mio padre,
che era commerciante, ripeteva che nessuno avrebbe mai potuto cambiare
il mondo. Kamiyama, al contrario, era convinto che bastasse una persona
per cambiare il corso degli eventi. Era molto religioso ed estroverso,
mentre mio padre, che pure era a modo suo una persona schietta e sincera,
non lo era affatto. Analizzando a distanza di anni la vicenda, ho capito
che avevo sostituito
la figura di mio padre con quella di Kamyama. L'approvazione e l'affetto
che cercavo da mio padre mi venicano dati da quest'uomo che usava questa
leva emozionale per motivarmi ed esercitare il suo controllo.
Appresi
solo più tardi di essere stato il primo abitante del quartiere dei
Queens ad aderire al Centro. Solo un mese prima la sede di Manhattan era
stata suddivisa in otto centri satellite periferici. Kamiyama disse che
si trattava di un segno che indicava che sarei diventato un grande capo.
Mi inserì nel gruppo dei suoi dodici discepoli americani, supervisionando
ogni mia attività. L'essere entrato a far parte di una ristretta
cerchia elitaria mi fece sentire speciale. Grazie al mio rapporto con Kamiyama,
potevo avvicinarmi al Messia: Sun Myung Moon.