Il Resto del Carlino, 26 novembre 1999 – pag. 6
Ha detto sì alla trasfusione di sangue per il suo bambino, abbandonando la congregazione dopo dieci anni di militanza - di Chiara Bini
Firenze - «Sono uscito dai Testimoni
di Geova per evitare che venisse tagliato un braccio a mio figlio».
Era il 1990. E Valerio Valenti, di San Pietro a Sieve (Firenze), ancora
oggi non riesce a trattenere un cedimento nel tono di voce.
Suo figlio all’epoca aveva dieci anni.
Vittima di un incidente che gli aveva procurato fratture multiple ed esposte
a un braccio, per lui c’era una sola scelta: la trasfusione di sangue.
«L’equipe di medici dell’ospedale
di Careggi fu chiara e concorde – ricorda il padre – solo la trasfusione
l’avrebbe potuto salvare dall’amputazione. Mia moglie, Testimone come me,
fuggì in lacrime. Io entrai in crisi profonda». Il panico,
lo smarrimento, il senso di impotenza, la disperazione: Passò di
tutto in quei dieci minuti nella mente e nel cuore di Valerio. Ma soprattutto
si fece strada una decisione: che il suo sì ai Testimoni di Geova,
che vietano categoricamente le trasfusioni, non doveva avere più
valore. «Mi resi conto che io non potevo arrogarmi il diritto
di essere giudice di vita o di morte dei miei figli. E neppure giudice
della eventuale menomazione di uno di loro. In nome di chi? Dio avrebbe
voluto questo, da me? Mi chiesi. La vita del cristiano è una corsa
a ostacoli, mi avevano detto, ma quell’ostacolo io non riuscivo a superarlo
nemmeno con la pertica. Così detti il permesso alla trasfusione
e dopo poco, fu quasi automatico, uscii dai Testimoni di Geova».
Sua moglie con tutti i figli – la bellezza
di dieci oggi – vi rimasero per altri cinque anni. «Fu un periodo
terribile – prosegue Valerio – il martedì, il giovedì
e la domenica io rimanevo solo a casa ad aspettarli, spaesato, ancora confuso
dopo dieci anni di militanza e la fede a un credo che non accettavo più.
Per gli ex fratelli già non ero degno neppure del saluto. Fortunatamente
per i miei continuavo ad essere quello di sempre». Poi sua moglie
decise di uscire dalla congregazione. E i due, insieme, piano piano sono
riusciti a portare fuori tutti i figli. Eccetto tre che adesso sono sposati
e vivono con le loro famiglie, tutte dei TdG.
«Il calvario purtroppo non è
finito – sospira Valerio – la figlia maggiore non la vedo da cinque
anni. Se n’è andata col marito e ha interrotto ogni rapporto con
noi fuoriusciti. Ci può rivolgere al massimo un saluto formale.
Ho conosciuto il suo bambino, mio nipotino di tre anni, soltanto in Tribunale».
Perché la figlia ha fatto causa
contro il padre e la madre per una questione di immobili. Valerio non vuole
parlarne «abbiamo dovuto sopportare anche questo dolore».
Gli altri due figli telefonano, ogni tanto fanno visita, «ma guai
a fare una parola sui Testimoni di Geova, guai solo a menzionarli. Allora
cala il gelo e la freddezza e se ne va anche quel poco di serenità».