Agca, terrorista sei il primo della lista

di Giampaolo Pansa. L'Espresso 22 luglio 2000

Se fossi Carlo Azeglio Ciampi, l'avrei tenuto dentro questo Ali Agca, che adesso fa piangere di commozione le primepagine dei giornali. Ma il vero presidente della Repubblica ha deciso per il contrario, l'ha graziato e rispedito a casa, in Turchia, anzi in un carcere turco da dove, prestissimo, uscirà. Con tutto il rispetto che si deve al capo dello Stato, non poteva fare diversamente. Lo chiedeva papa Wojtyla. Lo voleva la Madonna di Fatima, "la mandante" secondo la vignettona di Vauro sul "Manifesto". Lo pretendeva quell'osso da mordere incartato nel vellutino unto di vaselina che è l'ultrapotente cardinal Ruini. E grazia è stata.

L'avrei tenuto dentro, l'attentatore del Papa, sopratutto per un motivo: che ci ha sempre raccontato un sacco di balle. D'accordo, dopo la condanna all'ergastolo, Agca aveva già scontato quasi vent'anni di carcere, una quantità di galera che in Italia è ormai insopportabile. Ma in quel ventennio ha preso per i fondelli tutti. E più di tutti i magistrati che cercavano di capire chi e che cosa ci fosse dietro le rivoltellate di piazza San Pietro.

Intervistato da Liana Milella, di "Repubblica", Antonio Marini, procuratore generale presso la Corte d'Appello di Roma, ha parlato fuori dai denti: «Ali Agca conosce la verità sull'attentato al Papa, ma non ha mai voluto dirla. Ci ha strumentalizzato tutti. Il Papa. La giustizia italiana. Il terzo segreto di Fatima. Persino il Padreterno. Ci ha raccontato decine di bugie. Cambiando continuamente versione. E obbligandoci ad aprire decine d'inchieste. In questa storia c'è un solo sconfitto: la verità».

Eppure il cupo Agca, con la sua faccia da matto vero o finto, con la loquela gutturale che sembrava venire dall'aldilà, adesso sta a casa, anche se non in un grand hotel. Graziato dalla Repubblica italiana. Ma soprattutto dal nuovo Stato Pontificio, rinato in pompa magna. E che presto imporrà la sua devolution, come le regioni forziste-leghiste del Nord. Vorrà riscuotere le tasse in tutta Roma. Avere la sua polizia. E magari la propria forza armata: i famosi soldati del papa, un tempo così inefficienti che ce ne volevano cento "per ammazzare una rata", un topo, diciamo noi piemontesi.

Ma il bello dobbiamo ancora vederlo. La grazia a quel figlio di Fatima ha rilanciato tutta la campagna pubblicitaria a favore dell'amnistia. I suoi propagandisti strillano a piena voce. Dicono: dal 1945 in poi, la Repubblica ne ha già concesso quaranta, una in più che fastidio dà? E poi: è urgente, bisogna liberare le carceri, dove languono in 53 mila e dove quasi 14 mila devono scontare meno di due anni, sono poveracci extracomunitari o tossici, dentro per furti, scippi e rapine, quando li manderemo fuori seguiteranno a delinquere, ma sempre poveracci restano.

Aggiungono, i pubblicitari del perdono: c'è un progetto già pronto, l'hanno messo nero su bianco un paio di ex-carcerati che se ne intendono, i due Sergi, il Cusani, ramo Tangentopoli, e il Segio, ramo terroristico. Un progetto che si può migliorare, naturalmente. Come s'è affrettato a spiegare l'onorevole Gaetano Pecorella, che non è soltanto un avvocato arcinoto, ma il responsabile giustizia alla Camera per Forza Italia. Secondo lui, bisogna includere nell'amnistia anche il falso in bilancio e la corruzione semplice. Per poter finalmente, non commuovetevi troppo!, «riflettere sul bisogno di perdono e di comprensione che, in questi anni e per tante vicende, si è come oscurato».

Il tripartito Cusani-Segio-Pecorella ha poi dalla sua due pezzi da novanta della politica vecchia & nuova: Giulio Andreotti e Francesco Cossiga. Il primo figuriamoci se poteva non essere d'accordo! Il secondo ci ha spiegato, più aulicamente, che lo Stato laico deve farsi virtuoso, professando la virtù della carità attraverso il perdono. Ragion per cui, se mi chiedete di scommettere, punto sull'amnistia-indulto: si farà, certo che si farà. Persino quel Torquemada di Giancarlo Caselli dice che le carceri scoppiano. Qualche forcaiolo di buon senso potrebbe rispondere: fatene delle nuove, più civili delle galere schifose di oggi, e soprattutto sbrigatevi a celebrare i processi. Ma i forcaioli non sono più di moda, oggi, né a sinistra né a destra. E nemmeno i giacobini.

Leggendo il bel libro di Marco Travaglio, "Il manuale del perfetto impunito", stampato da Garzanti, ho scoperto che Massimo D'Alema mi aveva dato del giacobino sin dal lontano 13 luglio 1995: «Pansa è animato da un furore un po' troppo giacobino sul tema della giustizia. La sinistra italiana deve liberarsi di una cultura minoritaria di tipo giacobino». E va bene: come giacobino dilettante dico no all'amnistia, anche se forse mi converrebbe per i processi che ho sul gobbo. Mi dà fastidio tutta questa voglia di perdono che mette in orgasmo un bel pezzo d'Italia. Anni fa ho usato per primo la parola perdonismo. Ma il vizio è dilagato. Adesso, per la privacy, nascondiamo persino le bocciature scolastiche. Che vergogna! Non ci sto. E mi dico: meglio giacobino che calabrache, con le mutande a mezz'asta.

 
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