Terremoto nell'Azione Cattolica

Ti Segno 7. In condotta. Troppe critiche. Troppa indisciplina. Risultato: il Vaticano e la Cei mandano al macero il giornale dell'associazione. Di Sandro Magister, L'Espresso online, 19 ottobre 2000

Ripudiato. Proprio così. sabato 30 settembre Paola Bignardi, presidente nazionale dell'Azione cattolica, ha sfogliato l'ultimo numero partorito di "Segno nel mondo 7", il settimanale dell'associazione, e ha ordinato di mandarlo al macero. La copertina è quella riprodotta in questa pagina, ma i 1.935 abbonati non l'hanno mai vista. In questi giorni stanno ricevendo a casa un altro numero della loro rivista, con le lettere di congedo del direttore Piero Pisarra e del caporedattore Marco Damilano. In più è saltato anche un pio monsignore ultraottantenne, Francesco Gambaro. Il suo compito era di leggere ogni bozza della rivista con la penna in mano, pronto a segnare i limiti da non valicare. In Vaticano non gli perdonano di averne lasciate passare troppe.

Il colpo finale l'hanno dato poche righe al termine di un articolo di cronaca, prese come una stilettata al cardinale Joseph Ratzinger: «Cala il gelo tra ebrei e cattolici. Dall'agenda del Giubileo salta la giornata del dialogo tra ebrei e cristiani del 3 ottobre. Il rabbino Toaff esprime amarezza per la beatificazione di Pio IX e per il documento della Congregazione per la dottrina della fede del 5 settembre firmato Ratzinger. Incidenti del dialogo».

Tutta qui la gocciolina critica. Ma il guaio era che il vaso traboccava. I due numeri precedenti di "Segno 7" avevano creato allarme a cascata: dal Vaticano e dal cardinale Camillo Ruini sull'assistente ecclesiastico ufficiale dell'Azione cattolica, il vescovo Agostino Superbo; da questo sulla presidente dell'associazione Bignardi; e da questa sui giornalisti della rivista. Le pagine incriminate erano parecchie: una copertina e un servizio favorevoli al dialogo con l'Islam, in polemica con il cardinale Giacomo Biffi; una citazione del cardinale Martini giocata contro Ratzinger; un'intervista allo storico Alberto Melloni che per parlar bene di Giovanni XXIII parlava male dell'attuale pontificato. Se poi si risale più addietro, la collezione di incidenti s'ingrossa. Un anno fa finì al macero un altro numero di "Segno 7" già stampato: colpevole un articolo che replicava a una cattiveria dell'"Osservatore Romano" sulle canzoni in voga tra i giovani dell'Azione cattolica. E a luglio, sempre nel 1999, un'intervista a Rosy Bindi sulla campagna anti Aids del ministero della Sanità aveva provocato un'intemerata del giornale del Vaticano.

Guai a toccare "L'Osservatore Romano". Lo dirige Mario Agnes, che dell'Azione cattolica è stato presidente tre decenni fa. Ma che non perdona niente ai suoi successori Alberto Monticone, Raffaele Cananzi e Giuseppe Gervasio, per non dire della ex vicepresidente Bindi. L'idea di Agnes è che questi siano i capiscuola di una genìa di «cristiani invertebrati» cedevoli al sinistrismo e in perenne critica contro la Chiesa. Con "Segno 7" loro organo di propaganda. Anche al vertice della Conferenza episcopale italiana la pensano così. Già dall'inverno scorso per il giornale indisciplinato hanno programmato un futuro diverso. Diventerà quindicinale, avrà un nuovo direttore e sarà distribuito come organo associativo ai quasi 200 mila iscritti sopra i 25 anni. Nel frattempo, al giornale così com'era avevano concesso di continuare, ma il più clandestinamente possibile. Fino a un anno fa veniva inviato d'ufficio anche ai 12 mila dirigenti parrocchiali dell'Azione cattolica. Dal gennaio 2000 non più: solo ai pochi abbonati. E niente politica: vietate anche le interviste agli ex dirigenti dell'Azione cattolica eletti in parlamento, tutti nelle file dell'Ulivo.

Ora l'interim della direzione lo tiene Fabio Zavattaro, giornalista Rai. Ma in bilico sono anche i gradi alti dell'associazione, accusati di non aver saputo tenerla in riga. Per la presidenza è già in corsa Paolo Bustaffa, pupillo del cardinale Ruini e attuale direttore del Sir, Servizio informazioni religiose, l'agenzia della Cei. Quanto al vescovo Superbo, rischia di perdere una promozione che credeva già sicura. Ad arcivescovo di Napoli.

 

I testi integrali della disputa

Facendo verità

di Piero Pisarra, direttore dimissionario

Quattro anni fa, quando cominciò l’avventura del nuovo “Segno 7”, promettemmo ai lettori uno sguardo «altro» sull’attualità, senza cliché e senza pregiudizi: uno sguardo libero, «capace di scorgere, tra le nebbie dell’attualità e nel groviglio di contraddizioni di cui è fatta la nostra storia, i segni della presenza di Dio». Si trattava, allora come oggi, di «dar voce a tante esperienze che non fanno clamore, a uomini e donne che hanno preso sul serio il Vangelo e che quotidianamente testimoniano la loro fedeltà alla Chiesa».

Progetto ambizioso, utopico, irrealizzabile? Forse. In questi anni “Segno 7” è stata una voce fuori dal coro. Con molta fatica per chi, di settimana in settimana (puntualmente, nonostante i ritardi postali), ha lavorato alla redazione del giornale. E non poche incomprensioni. Ma a quel patto, stretto coi lettori fin dal primo numero, abbiamo cercato di essere sempre fedeli. A volte eccessivamente impertinenti per chi è abituato a giudicare le cose del mondo con il metro delle prudenze ecclesiastiche. Altre volte, forse, un po&Mac226; sopra le righe (e di questo ci scusiamo con quanti abbiamo ferito senza volerlo). Sempre attenti, comunque, alle ragioni dell’altro, alla pluralità delle voci e delle opinioni.

Perché nasconderlo? Ci siamo divertiti. E di questi anni, in chi scrive, resterà il ricordo delle risate, dei dibattiti e delle conversazioni telematiche tra Roma (dove ha sede la redazione) e Parigi (dove vive, invece, il direttore), in un via vai di e-mail e di file, di testi e di impaginati da rivedere o da correggere a notte fonda, rubando ore al sonno e alla famiglia. Resterà il ricordo del dialogo con tanti amici dell’Azione cattolica. E la gioia di tanti nuovi incontri, di nuove amicizie.

Nelle nostre inchieste e nei nostri speciali (sulla scelta religiosa, sui grandi temi dell’antropologia cristiana, sul riso, Bernanos, Merton, Bachelet...) abbiamo provato a scompigliare le carte, a ripudiare l’ecclesialese e ogni altra tentazione gergale, in linea con l’eredità che avevamo ricevuto da Angelo Bertani e da Vittorio Sammarco. Abbiamo sempre considerato la Chiesa e di riflesso l’Azione Cattolica come una casa di famiglia, una casa paterna, nella quale, come diceva Bernanos, «c’è sempre un po&Mac226; di disordine, le tavole sono macchiate di inchiostro, i barattoli di marmellata si svuotano da soli negli armadi».

Su questa strada ci sentivamo incoraggiati anche da un altro maestro, Arturo Paoli, che in “Facendo verità”, saggio autobiografico del 1984, aveva scritto: «Preferisco una casa sempre in disordine e sottosopra perché aperta a ogni ora del giorno agli amici di ogni tipo e di tutte le età, alla stupenda biblioteca svizzera che visitai a San Gallo dove fui costretto a lasciare le scarpe alla porta per accarezzare il pavimento con le pantofole preparate per i visitatori. Questa disposizione mi parve esemplare per una biblioteca, ma non vorrei certo che definisse la forma della Chiesa cui appartengo».

Noi amiamo i musei e forse ancora di più le biblioteche. Ma la Chiesa non è un museo e neppure una biblioteca, nonostante i testi splendidi che continua a produrre e a diffondere. È una casa di famiglia, con qualche spiffero di aria fredda e la vita; la vita, con la varietà di esperienze e di opinioni e quella libertà dei figli di Dio che fa orrore ai burocrati della fede.

Il clima è cambiato: ve ne sarete accorti. E anche per il nostro giornale è arrivato il momento di tirare le somme. Senza rimpianti e senza amarezza. Vorrei ricordare qui i nomi dei compagni di avventura che con entusiasmo hanno fatto di “Segno 7” una voce originale: Vittoria Prisciandaro, Annachiara Valle, Marco Damilano, Gianni Di Santo, Antonio Martino, Nicola Cerbino, Francesca Soccorsi, Mariagrazia Gerina. E i tanti collaboratori autorevoli che ci hanno aiutato e incoraggiato con grande generosità. Un grazie, in particolare, agli amici della Comunità di Bose e al Priore, Enzo Bianchi. Angelo Bertani e Vittorio Sammarco, Paolo Giuntella e Laura Rozza sono stati per noi, in mille occasioni, un riferimento sicuro: di questo siano ringraziati. Un grazie di cuore anche a monsignor Francesco Gambaro, che ha sempre seguito da vicino il nostro lavoro con grande sensibilità e sapienza teologica.

Ora questa esperienza continuerà in altro modo, con un&Mac226;altra periodicità, un altro direttore e un altro coordinatore di redazione. L’Azione cattolica ha avviato una riforma della stampa associativa. Ma è inutile nasconderlo: negli ultimi tempi si sono accumulate le incomprensioni e si è incrinato il rapporto di fiducia tra l&Mac226;editore, cioè l’Azione cattolica, e la redazione. Alcuni articoli da noi ospitati sono stati giudicati inopportuni. Di altri ci è stata chiesta la non pubblicazione o la sostituzione, a stampa già avvenuta, con altri materiali. Forse non c’è nulla di scandaloso in tutto questo: è nel diritto dell’editore di intervenire sulle scelte redazionali. Nel diritto del direttore è di resistere alle pressioni che si considerano ingiustificate. Da parte di chi scrive la gratitudine verso l’Azione cattolica e i due Presidenti che hanno seguito da vicino la nostra avventura è immutata. Le strade si separano provvisoriamente. Ma nella nostra bisaccia del pellegrino metteremo come doni preziosi le esperienze che abbiamo condiviso.

I giorni dell’impotenza

di Marco Damilano, caporedattore dimissionario

«Io credevo che lo spirito soffiava dove vuole ed ero convinto che da secoli la Chiesa si era sempre più appesantita, fino a rendere formale un discorso che doveva essere lievito e segno di speranza; l’abuso di autorità aveva invaso le strutture maggiori; e se l’apporto dei laici aveva un senso, questo era di togliere gli abusi per riconsegnare alla Speranza una Chiesa con meno paura e meno angosce di morte, una Chiesa non più alienata dal denaro o dall’ambizione o dall’astrazione. Ma certe sovrastrutture erano ormai in sintonia con laici di comodo... Piccoli burocrati, presuntuosi e ridicoli, senza esperienza di vita e di scienza, consci che si può essere importanti facendosi credere capaci di governare gli altri».

Erano gli anni ‘50 e il mondo cattolico celebrava in Italia il suo punto di massima vitalità: strutture, risorse, giornali, organizzazione, potere politico. Nulla sembrava mancare a quel laicato reso protagonista dalla passione del professor Luigi Gedda, recentemente scomparso. Eppure dietro l’unanimità covavano forti tensioni, contrasti sotterranei pronti a esplodere. Nel 1952 una prima crisi portò alle dimissioni dalla presidenza della Gioventù di Azione cattolica (Giac) di Carlo Carretto. Due anni dopo, altra crisi, ancora più grave, dimissioni del successore di Carretto, Mario Rossi, e di alcuni collaboratori centrali: l’assistente, il giovane don Arturo Paoli, ragazzi che si chiamavano Umberto Eco, Luciano Tavazza. Più tardi Mario Rossi scrisse un libretto e lo intitolò “I giorni dell&Mac226;onnipotenza” (ed. Borla), da cui è tratta la citazione iniziale. Un ritratto dall’interno di quel laicato cattolico che esteriormente aveva tutto, ma che in profondità sembrava aver smarrito qualcosa.

Oggi viviamo in un&Mac226;epoca molto diversa. Nell’anno giubilare ci sono stati segni profetici che aprono la strada al futuro. C’è una Chiesa che cammina sulla strada di Emmaus, che ammette il proprio smarrimento, che chiede perdono e si affida alla parola del Signore e non alle garanzie degli uomini, che parla ai giovani con il senso della tradizione e la fiducia nel domani. Ma resistono abitudini consolidate, figlie dell’incertezza, di «correttezze etichettate di ortodossia così staccate dal vivere degli uomini da diventare inutili e buffe, fedi così chiuse da temere che mai potranno aprirsi a un panorama reale», scriveva ancora Rossi.

Anche il nostro rischia di diventare un associazionismo estenuato, ripetitivo, chiuso in difesa di confini già scavalcati dagli eventi. Sì, c’è un laicato pavido che chiama gli arretramenti vittorie, i cedimenti resistenza, il non prendere posizione sobrietà, la chiusura speranza. C’è un modo di fare chiesa incapace di uscire dal gergo, di parlare alle ansie e ai dubbi di fede della gente semplice, che produce discorsi disincarnati, buoni per tutte le epoche e tutte le stagioni.

Parole retoriche in cui manca la storia. Il corpo. La vita. Viviamo, insomma, i giorni dell’impotenza. Un giornale, anche il giornale dell’Azione cattolica, non può essere separato dal tempo, non può astenersi dal riflettere quello che accade, che sia bello, brutto, rassicurante, scomodo. Un giornale, come si leggeva sulla maglietta di James, ragazzone australiano incontrato sotto il palco di Tor Vergata, non è una favola, è fuoco. Tra limiti, contraddizioni, errori e ingenuità abbiamo tentato di accendere qualche focolare. Sappiamo che non sarà spento, come quello dei ragazzi del ‘54.

Risposta a Pisarra e Damilano

di Paola Bignardi, presidente dell’Azione cattolica

Con molto rammarico prendo atto, su questo numero di “Segno 7”, del congedo del direttore Piero Pisarra e del coordinatore di redazione Marco Damilano. E non posso, anch'io, non condividere con i lettori qualche considerazione.

Concordo con il direttore nel riconoscere che “Segno 7” è stato un'esperienza importante nella vita della nostra associazione e di tanti lettori che l'hanno seguito; personalmente, l’ho amato e apprezzato ben prima di essere presidente dell’Azione cattolica; da presidente, l’ho sostenuto, promosso e difeso, come ho potuto.

Ma non a qualsiasi condizione. “Segno 7” è giunto ad una svolta. Le attuali difficoltà sono l'esito di mesi di fatica: nel comprendersi, nel trovare una stessa lunghezza d'onda nel valutare la vita della Chiesa, nell'interpretare il compito dell'associazione in essa. Al direttore che scrive che il clima è cambiato posso rispondere con certezza che piuttosto è cambiato l'atteggiamento della redazione, soprattutto da quando il consiglio nazionale ha deciso di chiudere questa testata per dar vita ad un quindicinale che anziché raggiungere gli attuali 1.935 lettori di “Segno 7” raggiunga i 193.524 iscritti adulti e giovani oltre i 25 anni dell’Azione cattolica. Questa decisione ha deteriorato i rapporti tra la presidenza e la redazione ed ha segnato il distanziarsi di questa dalle scelte di stile e di orientamento dell'associazione.

Da presidente, insieme a tutta la Presidenza, mi sento di sostenere, proporre e difendere solo la linea di un giornale che sia coerente con l’Azione cattolica che siamo; perché questo giornale non è un'altra cosa rispetto all’Azione cattolica, e dunque può muoversi solo dentro lo spirito, la sensibilità, la cultura di un'associazione che è ecclesiale. Per fedeltà al nostro essere associazione ecclesiale e popolare, per amore alla Chiesa e all’Azione cattolica in questo momento difficile, credo che abbiamo il compito di far respirare alle persone aria fresca, aprire orizzonti di grande respiro, e non chiuderci su posizioni critiche che contribuiscono a ingrossare le fila degli scontenti che prendono le distanze da tutto.

C'è certamente un laicato pavido, oggi come in qualsiasi stagione della vita della Chiesa. Non mi sento di andarlo a cercare tra coloro che hanno il coraggio di fare semplicemente il loro dovere giorno dopo giorno, accanto agli umili e ai semplici, senza clamore. Bachelet lo chiamava il quotidiano «tirare la carretta». C'è più coraggio nell'esternare il proprio dissenso o nel resistere giorno dopo giorno? nella fedeltà alla scelte compiute, anche quando questo costa lo scontrarsi con amici nei quali si è creduto o affrontare conflitti che non si capisce dove potranno condurre? “Segno 7” non ha difficoltà a pubblicare ora due interventi che nel desiderio di fare chiarezza feriscono l'associazione e le persone che in essa operano; la presidenza ritiene corretto dare voce a chi ha un'altra interpretazione, diversa dalla propria, della situazione attuale. A riprova che, altre volte, la decisione di non pubblicare - sono stati due, nel corso dell'ultimo anno e mezzo, gli articoli sostituiti con altro materiale e due quelli giudicati inopportuni - è dipesa da valutazioni serie.

Al termine dell'esperienza di collaborazione - ma non chiude “Segno 7”, né chiude la comunicazione dell’Azione cattolica! - la presidenza dice grazie a Piero Pisarra e a Marco Damilano; nella distanza del tempo, quando il peso delle incomprensioni si sarà fatto più lieve, resterà a tutti noi la ricchezza delle esperienze e delle passioni che abbiamo condiviso.

 
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