Jesus, luglio 1999
Don Zeno Saltini - Profeta del mondo nuovodi Angelo Montonati
«Abbiamo donato al mondo il mondo nuovo, che da millenni hanno cercato e voi l’avete trovato».
Così, sul letto di morte,
don Zeno Saltini riassumeva il significato dell’esperienza di Nomadelfia
[*],
la comunità da lui fondata nel 1947 a Fossoli di Carpi. L’inizio
delle celebrazioni del centenario della nascita (30 agosto 1900) costituisce
un’occasione per riscoprire il carisma di questo personaggio scomodo per
tanti – uomini di Chiesa e politici – che non lo capirono o lo combatterono.
Eppure, tra le voci profetiche che si sono levate durante questo secolo,
la sua è certamente tra le più limpide e feconde.
Di don Zeno si è parlato molto, soprattutto negli anni difficili del suo straordinario esperimento e subito dopo la sua scomparsa; poi è subentrata nella coscienza collettiva una specie di tacita rimozione di questo personaggio scomodo per tanti – uomini di Chiesa e politici – che non lo capirono o lo combatterono. Eppure, tra le voci profetiche che si sono levate durante questo secolo, la sua è certamente tra le più limpide e feconde. Sintetizzare in poche pagine la sua complessa vicenda non è facile: su di lui sono stati scritti libri, mentre noi dobbiamo per forza andare per rapidi flash. Il cronista deve partire da quella collina sormontata da una croce, nel cuore della Maremma, al km 8 della statale Grosseto-Siena, dove sorge il villaggio nel quale vive il "popolo nuovo" creato da don Zeno, Nomadelfia, che significa: «La fraternità è legge». I suoi abitanti – 320 persone, una cinquantina di famiglie – sono volontari cattolici decisi a costruire «una nuova civiltà fondata sul Vangelo». A Nomadelfia tutti i beni sono in comune, non circola denaro, non esiste proprietà privata, le famiglie sono disponibili ad accogliere figli in affido. Qui tutti lavorano ma nessuno è pagato, e non esiste disoccupazione. Chi sbaglia è perdonato, purché ammetta il suo errore e si penta. Ogni giorno si dedica un’ora alla riflessione, cioè si fa "cultura". Utopia? Semplicemente una comunità animata dallo spirito dei primi cristiani, di cui parlano gli Atti degli Apostoli. Per lo Stato è un’associazione civile, una fondazione, organizzata sotto forma di cooperativa di lavoro. Per la Chiesa è una parrocchia comunitaria e un’associazione privata tra fedeli, ma non chiusa in sé stessa, perché si presenta come fermento in mezzo alla società che la circonda. Zeno Saltini nasce il 30 agosto 1900 a Fossoli di Carpi, in provincia di Modena, da una famiglia benestante. È il nono di dodici figli, tre dei quali, oltre a lui, sceglieranno la strada della consacrazione: Marianna (la Serva di Dio "Mamma Nina", di cui parliamo più avanti), Anita (che diventerà clarissa col nome di suor Scolastica) e don Vincenzo, che fonderà l’Istituto degli Oblati per la formazione di educatori dei seminari. La prima svolta significativa nella sua tormentata vicenda avviene sui 14 anni, quando Zeno decide di non frequentare più la scuola, ritenendo inutile l’insegnamento che vi si impartisce. Va a lavorare nei poderi di famiglia, rendendosi conto della dura realtà dei braccianti. Ma scoprirà più tardi l’importanza cruciale della cultura: a vent’anni, mentre si trova in servizio di leva a Firenze, avendo rimediato una figuraccia in un contraddittorio con un commilitone anarchico molto più preparato di lui, decide di rispondergli con la vita e di «cambiare civiltà» cominciando da sé stesso. Riprende gli studi all’Università di Modena, dopo aver superato gli esami di maturità da privatista, scegliendo Giurisprudenza e Teologia «per non avere una conoscenza superficiale delle leggi e per non avere una religiosità sentimentale». Contemporaneamente, milita nell’Azione cattolica e decide di far vita comune con un gruppo di giovani presso l’oratorio di "San Bernardino Realino", contribuendo a fondare, con don Armando Benatti, un’opera per il recupero dei ragazzi sbandati che purtroppo avrà un’esistenza breve. È un primo passo su quella che sarà la sua strada. Più che mai deciso a completare il suo curriculum di studi, Zeno dall’Università di Modena si trasferisce alla Cattolica di Milano. Poi lo troviamo a Verona, da don Calabria (canonizzato lo scorso 18 aprile), che diventa il suo direttore spirituale. Nel periodo di più intensa frequenza all’università, approfitta per vivere alcuni mesi presso gli ex carcerati ospiti dell’Opera Cardinal Ferrari di Niguarda. Conseguita la laurea in Legge nel 1929, il "dottor" Saltini si trova a un bivio: mettere su famiglia o consacrarsi totalmente al Signore. Dopo un corso di esercizi spirituali, su consiglio di don Calabria, decide di farsi prete. Gli basta un solo anno di seminario per completare un bagaglio di conoscenze e di spiritualità non indifferente. Anche la sua ordinazione sacerdotale (4 gennaio 1931) è vissuta all’insegna della provocazione: due giorni dopo, durante la sua prima Messa nella cattedrale di Carpi, accoglie come proprio "figlio" un ragazzo di 17 anni appena uscito dal carcere, Danilo, chiamato familiarmente col nomignolo di "Barile". Era la condizione da lui posta agli amici che si erano costituiti in comitato per festeggiarlo: «Sposando la Chiesa», aveva detto, «mi darà un figlio subito, perché non ha bisogno di nove mesi di gestazione». Lo mandano viceparroco a San Giacomo Roncole (Modena), dove comincia a pubblicare un giornalino dal titolo emblematico, Piccoli Apostoli, che è un po’ il manifesto di un cristianesimo più autentico, e che più tardi darà il nome all’opera da cui si svilupperà Nomadelfia. In un palazzo antistante la chiesa, dove vengono ospitati i "figli", don Zeno ricava un cinema-teatro che attrae gente anche dai paesi vicini, per ascoltare i discorsi di quel prete così diverso dagli altri. I "Piccoli Apostoli" hanno per ora un padre, ma non una madre. Ed ecco che, nell’estate del 1941, in piena guerra, a don Zeno si presenta Irene, una ragazza della parrocchia, dicendosi disposta a fare da mamma agli ospiti più piccini. Sarà la prima "mamma di vocazione", una figura nuova nella Chiesa: donne che rinunciano al matrimonio e alla maternità naturale per una "maternità virginea", sull’esempio di Maria. Irene è intenzionata da tempo ad aiutare il parroco, ma lui attende che la ragazza compia diciott’anni. «Un giorno», racconta lei stessa, «don Zeno mi chiamò: "Se tu sarai qui da me prima che suoni la campana di mezzogiorno del 21 luglio, ti accetterò a essere la mamma, altrimenti non ti accetterò. Devi venire prima che suoni l’Angelus". In seguito ha raccontato che aveva invitato insistentemente le donne perché venissero a fare da mamma ai suoi figli, ma nessuna aveva ancora accettato. Così un giorno, mentre stava celebrando la Messa, si è fermato alla consacrazione con l’ostia in mano e ha dato un ultimatum al Signore: "Se entro il primo tocco dell’Angelus di lunedì non viene Irene a fare da mamma a questi figli, chiudo tutto e li mando negli istituti. Stai attento a quello che fai: se viene anche un minuto dopo, non la accetto". Voleva un segno. Era il 21 luglio, le scuole erano già finite, però io ero stata rimandata in greco e dovevo dare l’esame a ottobre. Dissi che andavo a ripetizione, ma avevo già intenzione di fermarmi nell’Opera Piccoli Apostoli. Presi la cartella, buttai giù dalla finestra della camera un piccolo fagotto con qualche abito e un po’ di biancheria, che si nascose in mezzo all’erba, salutai, raccolsi il fagotto e andai via. Non tornai più indietro. Arrivai da don Zeno prima che suonasse l’Angelus, e mi presentai al suo ufficio: "Ecco, sono qui"». Né i genitori, né i parenti, né i Carabinieri riusciranno a farle cambiare idea. Il vescovo benedice la sua vocazione, Irene rimane, e dopo di lei arrivano Norina, Zaira, Agnese, Enrica, Sirte, Elis e altre: ciascuna con una straordinaria storia da raccontare. Nella notte tra il 2 e il 3 febbraio 1943, anche sette preti delle diocesi di Modena e di Carpi decidono di unirsi a don Zeno, formando così l’Unione dei sacerdoti Piccoli Apostoli.[foto 2]
Nel 1948 Nomadelfia vara il testo della sua Costituzione, che viene firmato sull’altare. La contessa Maria Giovanna Albertoni Pirelli regala a Nomadelfia la tenuta "Rosellana" in Maremma, che si aggiunge a quella di Caprarecce, acquistata in precedenza, mentre a Milano padre David Maria Turoldo dà vita a un comitato di sostegno dell’opera. Fin qui tutto sembra andare a gonfie vele, ma il vento cambia quando don Zeno dà il via a una proposta politica – il "Movimento della fraternità umana" – che intende promuovere, attraverso le urne, una democrazia diretta vera e propria, e l’abolizione di ogni forma di sfruttamento da parte del capitale privato e dello Stato. Nomadelfia, dove ormai vivono 1.180 persone, è vista dal mondo politico e da tanti cattolici "benpensanti" come una pericolosa provocazione per la società, una strana forma di comunismo. È invece una "rivoluzione" modellata sul cristianesimo delle origini. Ma il ministro degli Interni Scelba dichiara di non approvarla «né assistenzialmente, né socialmente, né politicamente». La paura ha il sopravvento. Le ricadute sul versante ecclesiastico sono facilmente prevedibili: il 5 febbraio 1952 il Sant’Uffizio ordina a don Zeno di lasciare Nomadelfia e di mettersi a disposizione di un vescovo a sua scelta. Un ambiguo comunicato apparso sul settimanale diocesano ribadisce che don Saltini ha sempre goduto e continua a godere della massima stima, il che rende poco comprensibile il provvedimento. Ma lui obbedisce, sempre fedele alla Chiesa che ama fino in fondo. Lo sostituisce come parroco un salesiano. Ma intanto la situazione economica precipita: i creditori, nell’apprendere che il Governo non intende accollarsi le passività, si preoccupano. In maggio, a un articolo del cardinale Schuster in cui si condanna Nomadelfia, fa seguito il divieto della Santa Sede a un ritorno di don Zeno. La polizia sgombera il campo di Fossoli, mentre un commissario prefettizio provvede d’autorità a inviare i minorenni negli istituti, separandoli con la forza dai loro genitori di vocazione. Don Zeno – che parla giustamente di "strage degli innocenti" – viene anche processato insieme ad altri "nomadelfi" per truffa e millantato credito. Saranno tutti assolti, ma la meravigliosa testimonianza di carità data da lui e dai suoi collaboratori, ufficialmente ignorata anche dalla Chiesa, si trasforma in una grande occasione perduta. Sono tempi duri, quelli, per le voci profetiche:
pensiamo all’ostracismo, in quegli anni, verso don Mazzolari, padre Turoldo,
don Milani, il Servo di Dio Giorgio la Pira (tacciato come "comunistello
di sagrestia"), Carlo Carretto (costretto a dimettersi da presidente centrale
della Giac, Gioventù italiana dell’Azione cattolica) e altri le
cui idee davano fastidio a tanti politici, alle prese con le tangenti per
finanziare i partiti (e talvolta sé stessi). Non dimentichiamo che
nel 1951 era costretta a chiudere la rivista Cronache sociali, redatta
dai famosi "professorini", due dei quali – Dossetti e il Servo di Dio Lazzati
– si dimetteranno poi da parlamentari della Dc, ritenendo incompatibile
il proprio progetto politico con il "centrismo" realizzato con i fiduciari
del paleocapitalismo italiano. [foto 3]
Per poter continuare nella cura dei suoi "figli", a don Zeno non rimane che chiedere la riduzione allo stato laicale, che ipocritamente gli viene concessa pro gratia, cioè senza carattere punitivo. Seguono anni di silenzio, di miseria e di duro lavoro – tra l’indifferenza dell’opinione pubblica laica ed ecclesiale – per ricostruire la comunità nella tenuta "Rosellana" che, essendo ancora intestata alla contessa Albertoni Pirelli, è per fortuna sfuggita alla confisca. Nel 1957 don Zeno chiede al Papa di poter riprendere a fare il prete. Non ottiene risposta: ci penserà però Giovanni XXIII quattro anni dopo, riconoscendo Nomadelfia come «popolo civile di volontari cattolici», e facendone la prima parrocchia comunitaria del mondo. Il 22 gennaio 1962 don Zeno celebra la sua "seconda prima Messa" tra i figli e gli amici accorsi da tutta Italia. Il resto è cronaca recente: prendono il via le "serate di Nomadelfia", con centinaia di repliche sulle piazza italiane ed estere; nasce l’Università di Nomadelfia nella rocca abbaziale di Subiaco. Il 12 agosto 1980, a Castelgandolfo, Giovanni Paolo II incontra i nomadelfi dicendo loro: «Vi ringrazio della vostra vita». Pochi mesi dopo, il 6 gennaio 1981, don Zeno celebra il cinquantesimo di ordinazione sacerdotale, alla presenza del segretario di Stato cardinale Casaroli. È la sua piena riabilitazione e, insieme, il suo Nunc dimittis: infatti nel pomeriggio del 12 è colto da una crisi cardiaca e tre giorni dopo muore. Nell’ultima conversazione dice: «Abbiamo donato al mondo il mondo nuovo, che da millenni hanno cercato e voi l’avete trovato». A don Zeno succede don Ennio. Il Papa visita Nomadelfia il 21 maggio 1989. Il 22 maggio 1994, giorno di Pentecoste, la Congregazione per il clero ne approva la rinnovata Costituzione, definendo la comunità «associazione privata tra fedeli». Nomadelfia continua a essere una proposta per i cristiani e per la società, per coloro che desiderano aprire le porte delle proprie case e del proprio cuore. Angelo Montonati [*] Nomadelfia significa: «La fraternità è legge». Si tratta di una comunità di volontari cattolici, fondata da don Zeno (nella foto sotto), che vuole costruire «una nuova civiltà fondata sul Vangelo». Sorge nei pressi di Grosseto, ed è composta da 320 persone (50 famiglie). Tutti i beni sono in comune, non circola denaro, non esiste la proprietà privata. Per informazioni su Nomadelfia: tel. 0564/33.82.43; sito Internet: www.gol.grosseto.it/asso/nomadelfia [foto 2]: 19 maggio 1947: i "Piccoli Apostoli" (così si chiamavano allora i nomadelfi) occupano il campo di Fossoli. [foto 3]: Don Zeno ridotto allo stato laicale, a Roma nel 1957 "Mamma Nina" - La sorella sarà beata? - La donna «che ci voleva»di Angelo Montonati Non si può parlare di don Zeno senza ricordare sua sorella, Maria Anna, la terza dei dodici figli dei Saltini, da tutti conosciuta come "Mamma Nina", di cui è stata introdotta la causa di beatificazione. Anche la sua storia presenta aspetti paradossali. Sposatasi nel 1910 – nonostante la dura opposizione di nonno Giuseppe, il patriarca della famiglia – con Arturo Testi, un sarto di Carpi non ritenuto all’altezza perché di modeste condizioni economiche, ebbe sei figli, di cui tre diventarono sacerdoti nella Società San Paolo. Mortole dopo lunga malattia il marito nel 1929, nonostante la precarietà della situazione, dopo una visione in cui le apparve san Francesco avvertì chiaramente una chiamata del Signore che la invitava ad abbandonare i suoi figli per diventare mamma di altre figlie, come e dove voleva lui. Facile immaginarsi le reazioni di fronte a una scelta umanamente inconcepibile, dal momento che i suoi figli erano ancora piccoli (il minore aveva appena due anni). Ma a tutti lei rispondeva con assoluta certezza interiore: «Lo vuole Gesù». Dopo un periodo trascorso accanto a don Zeno a San Giacomo di Roncole, Nina è a Fossoli dove collabora nell’asilo parrocchiale come tuttofare e assiste i malati particolarmente bisognosi. Poi i genitori la convincono a trasferirsi a Carpi in casa di un altro fratello, l’avvocato Giovanni. Comincia ad avvicinare prostitute e mezzane, convincendole ad affidarle le proprie figlie per toglierle dalla strada: le cura, offre loro da mangiare, le affida in custodia a famiglie amiche, sobbarcandosi le spese di vitto e alloggio. Dopo questo positivo collaudo, la vedova si presenta al vescovo monsignor Pranzini per esporgli la missione a cui intende dedicarsi «per ordine di Gesù». Il presule, che conosce bene la vicenda anche perché suo segretario è il fratello di Nina, don Vincenzo, fa presenti le difficoltà e le obiezioni che vengono mosse da varie parti, ma la donna ribadisce la sua ferma intenzione di andare avanti per la sua strada. Alla fine, monsignor Pranzini la benedice dicendole: «Signora Nina, lei è proprio quello che ci vuole a Carpi!». In quel periodo, infatti, si celebravano in Emilia clamorosi processi penali per corruzione di minorenni e si denunciava la situazione di grande degrado morale dei giovani del luogo. Alcune persone sensibili la aiutano nel suo progetto: una vedova con tanti figli, Irene Tassi, mette a disposizione un locale per riunire durante il giorno le ragazze raccolte per la strada. Poco tempo dopo, Nina affitta un appartamento dove si sistema con quattro bambine: in tasca ha soltanto 7 lire e 50 centesimi, ma si dice certa che il buon Dio la aiuterà. Non la fermano gli insulti e gli sberleffi dei carpigiani, convinti di avere a che fare con una pazza; nell’autunno del 1934 nasce infine l’opera "Casa Divina Provvidenza", il cui scopo è raccogliere ed educare cristianamente ragazze abbandonate o in pericolo morale. Nina intende essere per loro una madre, portarle – come si fa in famiglia – al matrimonio o a un’ altra conveniente sistemazione, in casa o fuori. Per la loro assistenza, fonda la Pia unione Figlie di san Francesco di Assisi, che in seguito verrà approvata dal vescovo. Il 19 marzo 1938, festività di San Giuseppe, il figlio don Vincenzo Samuele, religioso paolino, celebra la sua prima Messa in cattedrale e, durante la cerimonia, consegna alla mamma, già vestita dell’abito francescano, il velo da suora, il lungo mantello e il crocifisso da appendere al petto. Da allora, alle "figlie" di Mamma Nina non mancherà mai il necessario. Numerosi testimoni raccontano aneddoti di sapore francescano, alcuni dei quali hanno del prodigioso. Col tempo, comunque, la gente di Carpi capisce che la "pazza" è invece un mirabile segno di Dio. Mamma Nina muore il 3 dicembre 1957, dopo oltre due anni di gravi sofferenze offerte a Dio per la conversione dei peccatori, circondata dall’affetto di tutti. Ai suoi funerali partecipa una folla immensa da Carpi e dintorni. Questa contadina semplice aveva chiesto di essere seppellita in terra; ma ci rimarrà solo otto anni, perch é nel 1965 i suoi resti vengono traslati nella sua Casa. Nel 1985, concluso il processo informativo diocesano, si apre a Roma la causa di beatificazione. Vivere in Salita di Mario Porpori (Mario di Nomadelfia) |