Il Manifesto, 22 ottobre 1999

I rapporti tra Vaticano e nazismo in undici volumi "filtrati" da quattro gesuiti

Falso movimento in Santa Sede

Eccessivo il clamore intorno alla commissione mista di storici che si apprestano a vagliare gli "Atti della Santa Sede". Parla Amos Luzzatto - di Iaia Vantaggiato

Lasciano perplessi l'entusiasmo e l'enfasi con cui la stampa (italiana) ha commentato l'istituzione della commissione mista di sei storici - tre ebrei e tre cattolici - cui è stato consentito l'accesso agli undici volumi degli "Atti e documenti della Santa Sede nella seconda guerra mondiale" con l'intento di fare luce sui "silenzi" di Pio XII - e in generale sull'atteggiamento del Vaticano - di fronte alle atrocità naziste perpetrate contro gli ebrei. La decisione - contenuta in un comunicato diffuso lo scorso martedì in Vaticano e firmato dal cardinale Edward Cassidy, presidente della Commissione per i rapporti con l'ebraismo e dal magistrato newyorkese Seymour Reich, presidente del Comitato internazionale ebraico per le consultazioni interreligiose - è stata salutata come significativa, destinata a mettere fine a una scabrosa querelle, in una parola clamorosa. Dove non poterono i termini - assai cauti - del comunicato, potè la stampa.

Redatti da un gruppo di quattro gesuiti e pubblicati tra il 1965 e il 1981 per iniziativa di Paolo VI, gli "Atti" - secondo il Jerusalem Post - sarebbero stati la risposta allo scandalo provocato dall'apparizione, nel 1963, di un testo teatrale, Il vicario, in cui l'autore Rolf Hochhut accusava Pacelli di non aver contrastato il nazismo. Un modo, dunque, per calmare le acque e fronteggiare gli ambienti ebraici internazionali, sempre più insistenti nel chiedere l'apertura degli archivi vaticani sulla II guerra mondiale. Una richiesta sempre ripetuta negli anni successivi e ribadita con particolare vigore nel 1998, all'indomani della pubblicazione del documento vaticano sull'Olocausto considerato un atto di pentimento insufficiente perché non supportato dalla decisione di aprire i famigerati archivi. E non si tratta di "voci di corridoio": lo stesso Shimon Samuels, direttore delle relazioni internazionali del Centro Wiesenthal, raccontava ai lettori del manifesto ("La croce di David", supplemento al numero del 29 ottobre 1997) di aver rivolto personalmente la domanda al papa che non aveva voluto rispondere mentre Padre Remy Hoechman, segretario della commissione per i rapporti con il giudaismo, aveva affermato con chiarezza: «questo tema non è all'ordine del giorno».

Perché, ci chiediamo, tutta questa delusione visto che gli "Atti" dei gesuiti erano già a disposizione degli studiosi? Oppure, au contraire, perché oggi tutto questo entusiasmo, visto che a disposizione continuiamo ad avere solo e soltanto i suddetti "Atti"? La novità rispetto al passato si riduce, forse, a una mera questione di quote (tre ebrei e tre cattolici)?

«La decisione - afferma Amos Luzzatto, presidente dell'Unione delle comunità ebraiche italiane - è stata presa dopo le polemiche provocate dalla pubblicazione dei due libri di Cornwell e Gompel: tesi opposte e assolutamente inconciliabili, esigevano che dati reali e precisi su cui lavorare potessero essere rinvenuti. D'altronde c'era la sollecitazione dell'ambasciatore israeliano presso la santa sede, Lopez, che insisteva sulla riapertura degli archivi. Ma gli ambienti vaticani hanno reagito in maniera nervosa. Mentre parlavo del silenzio di Pio XII, sono stato accusato, in una sala pubblica, di ingratitudine verso i conventi che, durante la guerra, avrebbero nascosto centinaia di migliaia di ebrei. Ora, a parte l'esagerazione numerica, nessuno di noi l'ha mai negato, anzi. Ma questo nulla c'entra con l'atteggiamento del papa né con l'obiezione - che pure mi è stata rivolta - che neanche inglesi e americani intervennero».

E quanto alla commissione mista, continua Luzzatto, «siamo in una fase talmente fumosa e preliminare che è diffficile esprimersi. Non sappiamo cosa ci faranno vedere, quali archivi, entro quali limiti temporali, quanti documenti, se tutti o una parte. Per avere un'idea più precisa vorrei, almeno, avere l'indicazione di qualche data, dei titoli dei raccoglitori. Poi, comunque, ben venga che si aprano degli archivi ma non vorrei che ci sbilanciassimo troppo presto. Ho sentito anche dire che Cornwell non avrebbe pubblicato nulla di inedito ma il problema, anche qui, non sono le innovazioni ma sapere se ha detto verità o bugie».

E potremmo impiegarlo, il tempo dell'attesa, a ripassare un po' di santa storia. Dal 1938, data in cui vennero introdotte in Italia le leggi razziali che mai riuscirono a far vacillare il Concordato tra Vaticano e Mussolini (certo, sul soglio sedeva ancora Pio XI ma non è forse vero che il comunicato che annuncia l'istituzione della commissione non fa mai esplicito riferimento a Pio XII?). Alle mancate condanne di criminali di guerra come monsignor Tiso, ex arcivescovo di Bratislava, in Slovacchia o di Ante Pavelic; del resto è noto anche come Pio XII abbia sostenuto sino alla fine, in Croazia, il regime ustascia: ed è nel convento francescano di Kaptol a Zagabria che è stato scoperto, nel 1946, il "tesoro ustascia": gioielli, oro, denti in oro su mandibole intere, anelli su dita tagliate. Tutto proveniente dal saccheggio, preliminare al massacro, di ebrei e serbi ortodossi. E tornare, ancora, alle dichiarazioni di Pio XII sulla rivoluzione russa definita un complotto giudaico massonico e al favore con cui salutò l'operazione Barbarossa, l'aggressione nazista contro l'Unione sovietica il 21 giugno del 1941. Sempre zitto il papa non è stato. O al dossier studiato dallo storico Saul Friedlander, in cui si legge come la curia fosse stata informata da fonti ebraiche americane (Myron Tayler, rappresentante di Roosevelt presso il papa) e tedesche sullo stato particolareggiato degli stermini in Polonia il 26 settembre 1942. Ma qui, va da sé, il silenzio calò; lo stesso che il papa oppose a americani e inglesi quando, dal luglio all'ottobre del '42, gli sollecitarono una protesta pubblica contro le atrocità naziste.

«Si tratta - sostiene Luzzatto - di nozioni già conosciute. Io credo, soprattutto, che siamo lontani dall'aver capito fino in fondo non la teologia ma la politica che ha caratterizzato la Santa Sede nei confronti dei regimi di quegli anni, cosa l'ha ispirata. Non c'è dubbio che se il Vaticano avesse fatto, dopo il '42 quando cioè la soluzione finale era già nota, una dichiarazione con cui raccomandava ai governi interessati di bloccare lo sterminio, beh, sono convinti che i cattolici austriaci, polacchi, bavaresi almeno un minore entusiasmo nel collaborare al massacro degli ebrei, lo avrebbero manifestato. E se non altro le vittime avrebbero sentito che non erano state ripudiate dal genere umano».

Ma ripassare la santa storia conviene anche per contrastare l'entusiasmo (di nuovo) con cui agenzie giornalistiche (italiane) annunciano la pubblicazione di documenti considerati finora segreti. Ci informano, infatti, le suddette agenzie - per avallare la tesi di una sottovalutazione degli orrori del nazismo da parte di Pio XII - che Pacelli confidò a un diplomatico americano di considerare esagerate le notizie delle atrocità naziste contro gli ebrei. «Lo si apprende - recita il lancio d'agenzia - da un rapporto segreto redatto dall'allora ambasciatore statunitense presso la Santa Sede, Harold Tittmann, su una sua udienza dal papa il 30 dicembre 1942. (...) La pubblicazione del documento coincide con le polemiche sollevate da un nuovo libro del giornalista britannico Cornwell. Intitolato 'Il papa di Hitler', il volume afferma che il Capo dei cattolici (sic, ndr) durante la II guerra mondiale minimizzò l'Olocausto perché era filotedesco e antisemita». Un libro che, evidentemente, Annie La Croix-Riz deve avere letto in bozze se in un suo articolo pubblicato sul manifesto del 27 ottobre 1997, fa esplicito riferimento al documento segreto e ai sentimenti di Pacelli che, come scrisse Tittmann, «non si sentiva di condannare i nazisti senza far riferimeto ai bolscevichi ma questo, pensava, non avrebbe fatto piacere agli Alleati».

Troppi gli inediti, troppi i clamori. Non vorremmo che il Vaticano stesse giocando il dopo-Wojtyla sulla pelle del capro espiatorio di sempre.

«Vorrei - conclude Luzzatto - documenti ufficiali che testimonino di una pubblica presa di posizione contro il massacro degli ebrei. Se dalla ricerca ora avviata verrà fuori che questi documenti ci sono ma sono stati pudicamente nascosti, nessuno sarà più felice di me di essere stato smentito».

 
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