Il Manifesto, 27 luglio 1999

Parrocchie in trincea, la chiesa parla di mafia

  È possibile dare avvio ad una "pastorale della resistenza"? Di Giulio di Luzio.

Aleggia con la sua forte carica simbolica la figura di don Beppe Diana, il sacerdote ucciso nel '94 dalla camorra a Casal di Principe nel casertano, mentre si parla di "Chiese e mafie, per quale comunità? Indicazioni per un piano pastorale contro le mafie" in un gruppo di studio del campo antimafia che Libera e la rivista "Narcomafie" hanno organizzato a Castellammare di Stabia. Ma pure lo spessore della pastorale di padre Giuseppe Puglisi, il prete del quartiere Brancaccio di Palermo ammazzato da Cosa nostra nel '93, il suo impegno a fianco di bambini e adolescenti contro «la parrocchia come arcipelago, come stazione di servizio, contro l'immobilismo e il fatalismo» ha sintetizzato don Francesco Stabile, che l'ha conosciuto. Se, dunque, la quotidianità della loro azione ha dimostrato che la chiesa deve essere fronte di impegno contro la criminalità che insidia i quartieri e inquina l'evangelizzazione, tuttavia «c'è una chiesa che finge di essere sana, invece è parte del problema» ha detto Massimo Aprile, pastore evangelico battista «quella chiesa che non si misura con le mafie e che crede che basti aderire all'etica cristiana, ancora incapace di passare dallo spirito di sudditanza alla pastorale della resistenza».

Resta ancora dominante l'impronta di una religione dei vinti che ribadisce l'impossibilità a mutare il destino dell'uomo «tra magismo, possessione e fascinismo» ha ribadito Massimo Aprile e tanta parte della chiesa ufficiale fatica a sbarazzarsi di questo ingombrante fardello.

Ma il pastore evangelico è sceso ancora in profondità, perché cambiare la pastorale significa anche porsi interrogativi inediti, e pure, necessari.

Per esempio di fronte ai temi dell'educazione alla legalità Aprile si è chiesto: «dov'è l'attività illegale di un pastore che ha confermato la finta assunzione di un immigrato nigeriano, sottraendolo in tal modo al ricatto del caporalato gestito dai clan camorristici e che senso ha la cultura della legalità se non riesce a misurarsi a realtà per cui il 40% della ricchezza mondiale è detenuta dai primi 100 capitalisti?».

Dubbi ripresi anche da don Tonino Palmese, sacerdote che ha operato per anni in America Latina, che ha ribadito: «parlare di Dio senza tener conto delle migliaia di persone che muoiono di fame è cinico», dunque è auspicabile una rottura ed una conversione culturale sul piano teologico che «metta in stato di ipotesi le verità di fede rivelate, di fronte alla guerra e alle mafie per evitare una pastorale schizofrenica, ove dire Dio è facile ma dare Dio è difficile».

È urgente, dunque,una rilettura critica dei dati di fede in relazione alla prassi e alle condizioni storiche in cui operano le mafie, e la chiesa può fare molto unanimemente, anziché preferire lasciar soli, e nell'indifferenza delle istituzioni, preti di frontiera, sacerdoti di strada, figure scomode che lavorano nell'anonimato, senza la luce dei riflettori, ma sotto l'occhio vigile della criminalità.

 
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