Il Vetro Soffiato - L'Espresso 13 maggio 1999

A proposito di San Francesco e Padre Pio. Materiali per un sonetto del Belli

C'è chi si compiace delle stimmate, e chi non le sopporta  - di Eugenio Scalfari

Per un paio di giorni la beatificazione di Padre Pio ha rubato le aperture dei giornali italiani alla guerra di Serbia. Perfino il distaccato "Herald Tribune" ha dovuto darne conto con un cospicuo tassello di prima pagina. In realtà l'evento è stato notevole da vari punti di vista, esteriori e anche interiori.

Tra gli esteriori comincerei col segnalare la potenza della coreografia. Non esiste una messa in scena più toccante, più solenne, più colorata, più intensamente emotiva di quella che la Chiesa cattolica è in grado d'organizzare: quelle piazze gremite di popolo osannante, quelle architetture che elevano verso il cielo gli spiriti della terra, quei vescovi e cardinali di tutte le razze e le lingue nelle loro tuniche alternate al saio degli ordini mendicanti, e quel Papa ... Vecchio, stanco, fisicamente debole eppure fortissimo: il vero miracolo era lui mentre beatificava il guaritore di Pietrelcina.

Mentre le immagini si susseguivano sugli schermi tv, mi sono domandato quale altra istituzione possa e sappia dar corpo alla religiosità dei popoli come la Chiesa apostolica. Forse, ma molto alla lontana, la coreografia della Chiesa ortodossa, che sfugge tuttavia alla coralità delle grandi masse e privilegia una liturgia dell'ombra, del segreto. Le Chiese evangeliche non hanno nulla di simile; Islam e sinagoghe hanno bandito da sempre le immagini; così pure le religioni filosofiche del Tao e del Buddha. Non parliamo dei non credenti, pure spesso animati da una spiritualità non meno intensa: i nostri funerali, le nostre nascite, i nostri matrimoni laici sono spogli di gesti, di parole, di simboli e di canti. Arriviamo nel mondo e ce ne andiamo senza alcun segnale esteriore che serva di allegria e di conforto a chi ci accoglie e a chi ci saluta per l'ultimo viaggio. Molte conversioni celebri sono avvenute più per ragioni di coreografia che per assicurarsi un improbabile aldilà; la conversione di Voltaire fa testo.

Un altro aspetto esteriore della beatificazione di Padre Pio è stata la presenza dei frati cappuccini con il ruvido saio e il cordone della penitenza stretto intorno alla vita. Quest'Ordine fu fondato da un grande santo otto secoli fa; anche il suo fondatore ebbe sul corpo le stimmate del Cristo, e se ne compiacque. È stato, attraverso i secoli, un Ordine potente religiosamente, politicamente e anche culturalmente: le sue committenze architettoniche e pittoriche dettero luogo a un'arte che resta uno degli episodi più alti della cultura italiana ed europea. Ebbene, quest'Ordine, alle soglie del 2000, festeggia un altro santo, anch'egli stimmatizzato, che sembra rinverdire la missione del fondatore dei francescani.

Sembra, ma in realtà ne è alquanto distante. Francesco fu tutt'uno con la carità, la povertà e l'allegria. Fu un santo allegro, atteggiamento rarissimo tra i mistici; il suo misticismo, per quanto ne sappiamo, non fu mai drammatico e tanto meno morboso; visse le sue stimmate con la riconoscenza d'una creatura terrena visitata dal Cristo e da lui pervasa, abitata nello spirito e nel corpo. Mi sembra che l'esperienza vissuta da Padre Pio sia stata diversa: allegria poca, sofferenza e dolore; all'apparire delle stimmate pregò con accenti drammatici che il Signore gliele togliesse poiché il martirio che gli infliggevano era insopportabile. 

Certo, se vogliamo tornare agli aspetti esteriori, la figura del frate di Pietrelcina è affidata soprattutto alle sue capacità di guaritore. Anche Francesco in qualche caso guarì, ma non è per questa potenza taumaturgica che la sua figura giganteggia nella storia della cattolicità, bensì per la predicazione dell'amore, un amore che può travolgere qualunque ostacolo, che rende fratello il lupo e sorella la nostra morte corporale. Ma erano altri tempi, i poveri erano assetati di speranze oltremondane e affamati d'amore e di riconoscimento. Oggi nell'Occidente opulento e consumistico gli uomini cercano il miracolo che li affranchi dal dolore e materializzi la loro fede nella figura del santo. Umberto Galimberti ha scritto su "Repubblica", all'indomani della beatificazione di Padre Pio, una pagina mirabile: è questo il messaggio cristiano alle soglie del terzo millennio? Il messaggio taumaturgico dell'Intermediario? C'è di che preoccuparsi per questa proliferazione di santi e di beati cui Papa Wojtyla si dedica da vent'anni, e che ha assunto ormai un ritmo quasi frenetico.

Chiuderò con un ultimo segno esteriore che ha concluso la cerimonia di piazza San Pietro: il saluto e la benedizione del Papa a Giulio Andreotti. Forse, nella mente del Papa, ha voluto essere un gesto di conforto verso un uomo che - quali che siano le sue colpe e i suoi errori - sta puramente soffrendo il suo destino. Se così è, bene ha fatto Wojtyla a dare conforto al sofferente. Ma l'ha fatto in circostanze improprie: sotto gli occhi delle tv, non nel mistero d'un confessionale; l'uomo che aveva dinanzi a sé partecipava a una sfilata, tutt'altro che penitenziale, di uomini di potere.

Mi è venuto in mente Talleyrand, la sua lunga trattativa con il pontefice romano dell'epoca sua per essere riaccolto nel seno della Chiesa nel momento in cui la morte stava per arrivare accanto al suo letto. Talleyrand era uscito dalla Chiesa per servire la sua ambizione; Andreotti, che gli è stato spesso appaiato come gemello politico, della Chiesa è sempre rimasto figlio devoto, e la sua ambizione ne ha tratto sicuri vantaggi, non ultimo quella pubblica benedizione mentre ancora risuonavano i canti e le omelie in onore del Beato. L'episodio, dico la verità, aveva un che di inquietante. Gioacchino Belli ci avrebbe scritto un sonetto.

 
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